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La libertà oltre la ricerca/2 – Karl Renz

D: Mi è difficile comprendere il legame tra la sorgente di quel “me” ( il ricercatore) e la sorgente di chi  non ne ha.

R: Non c’è niente da rinnegare. Non c’è che il Cuore, senza secondo cuore.  Il “me” è l’idea che esista un secondo cuore, che ci sia un me me-stesso. Il me è falso, è creato dall’immaginazione di un secondo sé. La prima esperienza “Io” ha bisogno  di un secondo. Deve prima esserci chi fa l’esperienza assoluta, affinché la prima nozione “Io” sia sperimentata come la prima nozione della coscienza pura.. Con quella esperienza, la crisi esistenziale comincia, perché è la radice di “Io sono” e di “io sono il mondo” o “io sono Carlo Con questa prima idea di esistenza, c’è già la separazione. Prendendo l’immagine di quello che è la luce della coscienza pura per ciò che tu sei, tu prendi un’esperienza per una definizione di ciò che tu sei. In questo senso, persino “essere” è già troppo.

Non puoi rinnegare niente,perché il Sé non ha mai relazione con lui-stesso. Per avere una relazione bisogna essere due, ma non c’è nemmeno “uno”. L’idea di uno e di secondo sono delle idee. Così,  quando l’idea di secondo scompare, cade anche  quella  di “uno”.  E’ la ragione  per cui Quello  si chiama la non-dualità e non l’unità. L’unità è ancora la radice della separazione: se c’è uno, ci sono de. Allora cosa fare?

D: La sorgente che crea il sogno ha una intenzione?

R: No, non c’è che la libertà. E’ totalmente libera, senza scelta, senza intenzione. E’ perciò incapace di scegliere o di avere una qualsiasi intenzione. E’ per questo  che non può evitare di risvegliarsi a quell’”Io”. E’ la sua natura, non può evitare di risvegliarsi. E ciò che s’è risvegliato, tu non puoi disfarlo. Pertanto tutto ciò che fai come ricercatore è di tentare di disfare questo primo risveglio all’ “Io”. Tu puoi disfare la realizzazione  di ciò che è il Sé, come se potessi ritornare da dove vieni. Questo implica per forza l’idea che tu hai perduto ciò che sei, e questa idea è ancora il “me”, il pensiero-radice di “Chi sono io?” e di tutte le altre domande.

L’apparenza di chi domanda (io) o della persona che fa l’esperienza è già immaginazione. Tu sei “prima” di questa prima immaginazione.

D: E’ per questo che raccomandi sempre di essere “prima”?

R: All’inizio “prima” è forse un concetto, ma in effetti non è che l’innocenza. “Prima” tende verso l’innocenza, verso ciò che non può in nessun caso essere sentito, che non è mai una sensazione. Come la domanda “chi sono?”, indica il mistero dell’esistenza. Così tutte le idee che hai riguardo alla tua storia,alla tua nascita, alla tua ricerca e a tutti i problemi che vengono dall’idea “sono in vita”, saranno forse annientati da quel mistero, perché non c’è nessuna risposta ad alcuna domanda. Tutto quello non è che un concetto. Tu non hai bisogno di quello per essere ciò che sei.

Non posso che indicare ciò che non è temporaneo qui-ora, ciò che è presente ad ogni momento.: Ciò che tu sei, ciò senza cui niente potrebbe accadere, questa percezione stessa, ciò senza cui non ci sarebbe né visione, né niente di visto, ciò che non è mai cambiato né toccato da nulla, quel silenzio, quella calma assoluta, quel che era presente il momento prima e il momento dopo, e tutti i momenti, ciò che è senza cambiamento malgrado tutti i cambiamenti. Chiamare Quello “prima” significa semplicemente che Quello non cambia mai, che è prima di qualsiasi idea. E’ totalmente solido, mai nato, mai morto, è l’esistenza assoluta.

D: Cosa vuol dire completamente solido?

R:  Così solido che di più non si può esserlo. Non può essere mosso. Come Quello non esiste  niente,  Quello non può essere racchiuso in una forma né trasformato. Non se ne può far niente. E’  anteriore a ciò che esiste, qualunque sia la forma di questa esistenza, perfino prima  della luce che si manifesta in forma e non-forma, in materia e non-materia. E prima  di quella luce, in sé, è solido. Tutto il resto è effimero e oggettivo. E’ abbastanza solido?

D: E orribile!

R: Tuttavia Quello solo è il silenzio, che non può mai essere oggettivato in nessuna forma d’esistenza, che non può essere cambiato né trasformato nella sua essenza,  che non  fa mai parte del va-e-vieni di una qualunque idea. Quello solo è solido come l’esistenza stessa, che mai muore,  né nasce, né va , né viene. Checché se ne dica, Quello è totalmente incondizionato, perché in Quello, non c’è niente che possa essere condizionato. Per questo motivo, tutti i condizionamenti, tutto  ciò che puoi sperimentare, è immaginazione. Ciò che è la vita stessa non può mai nascere, né morire né essere un’idea effimera. In questo senso, tutto ciò che può essere immaginato, è morto.

D: Si può dire che non si conoscerà mai quel mistero perché si è?

R: Forse, forse. Forse che dubiti di esistere?

D: Io non ne so niente!

R: “Non ne so niente” è un bel riparo dietro  cui ti nascondi. Per non saperne niente, bisogna già esistere. Non c’è modo di uscire da ciò che sei. Se dici: “non esisto”, tu esisti ancora, tu hai solo cambiato concetto. Nessuna comprensione, nessuna forma di profonda realizzazione dell’esistenza potrà farti uscire da questo “io”. Il primo concetto “Io” è indistruttibile.

Karl Renz

3ème Millénarie n. 72 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

Da: http://www.revue3emillenaire.com/it/?p=338 http://www.revue3emillenaire.com/it/?p=342

La felicità è la nostra condizione naturale – Anthony De Mello

Gli ostacoli alla felicità

 

Ciò che sto per dirvi vi sembrerà un tantino pomposo, ma è la verità. Quelli che seguiranno potrebbero essere i minuti più importanti della vostra vita. Se riusciste ad afferrare quel che avverrà ora, potreste carpire il segreto del risveglio. Sareste felici per sempre. Non sareste mai più infelici. Niente avrebbe più il potere di farvi del male. Lo dico davvero: niente. È come quando si getta in aria della vernice nera: l’aria resta incontaminata. Non è possibile verniciare l’aria di nero. Qualsiasi cosa accada, si rimane incontaminati, si rimane in pace.
Ci sono esseri umani che hanno raggiunto quest’obiettivo, ciò che io definisco essere umani. Niente a che vedere con l’assurdità di essere un pupazzo, strattonato in tutte le direzioni, che lascia che siano gli eventi, o altre persone, a dirgli cosa deve provare. E così uno prova quel che gli dicono gli altri, e lo definisce essere vulnerabile. Ah! Io lo definisco essere un pupazzo. Volete essere dei pupazzi? Si preme un pulsante, e voi andate giù; vi piace? Ma se voi vi rifiutate di identificarvi con qualsiasi etichetta, la maggior parte delle preoccupazioni si volatilizzeranno.
Più avanti parleremo della paura delle malattie e della morte, ma in genere si è preoccupati per la propria carriera.
Un insignificante uomo d’affari, di cinquantacinque anni, sta sorseggiando una birra in un bar, e dice: «Guarda i miei compagni di classe: loro sì che sono arrivati!». Che idiota! Cosa intende dire con quel “sono arrivati”? Vedono il proprio nome sul giornale. E questo vi sembra che significhi che sono arrivati? Uno è presidente di una società; l’altro è stato nominato giudice capo; qualcun altro è diventato questo o quello. Scimmie, scimmie tutti quanti.
Chi decide cosa significa avere successo? Questa stupida società! La principale preoccupazione della società è mantenere la società stessa in uno stato di infermità! E prima lo si capisce, meglio è. Malati, tutti quanti. Sono lunatici, pazzi. Uno diventa presidente del ricovero dei pazzi e ne è orgoglioso, anche se non significa niente. Essere presidente di una società non ha niente a che vedere con l’avere successo nella vita. Si ha successo nella vita quando ci si sveglia! Allora non devi chiedere scusa a nessuno, non devi spiegare nulla a nessuno, non te ne frega un bel niente di cosa pensi o dica la gente di te. Non hai preoccupazioni: sei felice. Ecco cos’è, per me, avere successo. Avere un bel lavoro, o essere famoso, o avere una splendida reputazione non ha assolutamente nulla a che fare con la felicità o il successo. Nulla! È totalmente irrilevante.
Quell’uomo di successo ha in realtà come unica preoccupazione cosa pensano di lui i suoi figli, cosa pensano di lui i suoi vicini, cosa pensa di lui sua moglie. Avrebbe dovuto diventare famoso. La società e la nostra cultura ce lo trapanano in testa, giorno e notte.
Persone arrivate! Arrivate dove?! Arrivate a rendersi ridicole. Perché hanno impiegato tutte le loro energie per ottenere qualcosa che non ha alcun valore. Sono spaventate e confuse, sono pupazzi come tutti gli altri. Guardateli, mentre passeggiano sul palcoscenico. Guardate come si turbano nel notare una macchiolina sulla camicia. E questo lo chiamate successo? Sono controllati, manipolati. Sono persone infelici, miserabili. Non si godono la vita. Sono costantemente tesi e ansiosi. E lo chiamate umano?
Sapete perché accade tutto questo? Per un’unica ragione: si sono identificati con un’etichetta. Hanno identificato l’“io” con il denaro, il lavoro, la professione. È stato questo il loro errore.
Avete mai sentito parlare di quell’avvocato che aveva ricevuto la fattura dell’idraulico?
L’avvocato disse all’idraulico: «Ehi, ma tu mi costi duecento dollari all’ora. Non li prendo nemmeno io che sono avvocato!». E l’idraulico: «Nemmeno io li prendevo, quando facevo l’avvocato!».

Potreste fare l’idraulico, l’avvocato, l’uomo d’affari o il prete, ma questo non tocca l’“io” essenziale, non tocca voi. Se domani cambio professione, è come se avessi cambiato abito. Rimango intatto. Voi siete i vostri abiti? Siete il vostro nome? Siete la vostra professione? Smettetela di identificarvi con queste cose, che vanno e vengono.

Quando lo percepirete davvero, nessuna critica vi potrà toccare e nemmeno la lode, o l’adulazione. Quando qualcuno dice: «Sei un tipo in gamba», di cosa sta parlando? Sta parlando di “me”, non dell’“io”.
L’“io” non è né forte né debole, non è né di successo, né fallito. Non è nessuna di queste etichette. Queste sono cose che vanno e vengono, e dipendono dai criteri stabiliti dalla società, dal condizionamento a cui si è stati sottoposti. Queste cose dipendono dall’umore della persona che vi parla in quel dato momento. Non hanno niente a che vedere con l’“io”. L’“io” non è alcuna di queste etichette. Il “me” è, in genere, egoista, sciocco, infantile, un vero asino. E così, quando dite: «Sei un asino», lo sapete da anni! Il sé è condizionato, cosa vi aspettavate? Io lo so da anni. E perché vi identificate con il sé? Stupidi! Non si tratta dell’“io”: quello è il “me”.

Volete essere felici? La felicità ininterrotta non ha cause. La vera felicità non ha cause. Voi non potete rendermi felice, non siete la mia felicità. Se chiedete alla persona che si è svegliata: «Perché sei felice?» lei risponde «Perché no?».

La felicità è la nostra condizione naturale. La felicità è la condizione naturale dei bambini piccoli, a cui il regno appartiene finché non vengono inquinati e contaminati dalla stupidità della società e della cultura. Per acquisire la felicità non bisogna fare nulla, perché la felicità non può essere acquisita. Qualcuno sa perché? Perché l’abbiamo già. Come si fa ad acquisite qualcosa che già si possiede? E allora, perché non la provate? Perché dovete abbandonare qualcosa. Dovete abbandonare le illusioni. Non dovete aggiungere niente, per poter essere felici: dovete invece abbandonare qualcosa. La vita è facile, è meravigliosa. È dura solo con le vostre illusioni, le vostre ambizioni, le vostre avidità, le vostre richieste. Sapete da dove arrivano queste cose? Dall’essersi identificati con tutti i tipi di etichette!
Quattro passi verso la saggezza
La prima cosa da fare è entrare in contatto con i sentimenti negativi di cui non si è consci. Un sacco di gente ha dei sentimenti negativi, senza rendersi conto di averli. Un sacco di gente è depressa, senza rendersi conto di esserlo. È solo entrando in contatto con la gioia che si rende conto di quanto sia stata depressa. Non si può affrontare un cancro che non si è individuato. Non ci si può liberare degli insetti nocivi che infestano la propria azienda agricola, se non ci si è resi conto della loro presenza.
La prima cosa da raggiungere è la consapevolezza dei propri sentimenti negativi. Quali sentimenti negativi? La malinconia, per esempio. Ci si sente malinconici e di cattivo umore. Si prova odio nei confronti di se stessi, o dei sensi di colpa. La vita sembra non avere scopo, né senso. Ci si sente feriti, nervosi e tesi. Prima di tutto, entrate in contatto con questi sentimenti.Il secondo passo (si tratta di un programma diviso in quattro fasi) è capire che il sentimento è dentro di voi, non nella realtà. È una cosa talmente evidente, ma le persone lo sanno? Non lo sanno, credetemi. Hanno il master e sono rettori di università, ma non hanno capito questo. A scuola non mi è stato insegnato a vivere. Mi è stato insegnato tutto il resto. Come ha detto qualcuno: «Ho avuto un’ottima istruzione. Mi ci sono voluti degli anni per farmela passare». La spiritualità è tutta qui, sapete? Disimparare. Disimparare tutte le scemenze che vi sono state insegnate.
I sentimenti negativi sono dentro di voi, non nella realtà. Dunque, smettete di tentare di cambiare la realtà. È una follia! Smettete di tentare di cambiare l’altro. Sciupiamo le nostre energie e il nostro tempo cercando di cambiare le circostanze esterne, cercando di cambiare il nostro coniuge, il nostro capo, i nostri amici, i nostri nemici e tutti gli altri. Non dobbiamo cambiare nulla. I sentimenti negativi sono dentro di voi. Nessuna persona al mondo ha il potere di rendervi felici. Nessun evento al mondo ha il potere di turbarvi, o farvi del male. Nessun evento, nessuna condizione, nessuna situazione, nessuna persona. Nessuno vi ha mai detto questo: vi è sempre stato detto il contrario. Ecco perché vi trovate nei pasticci, adesso. Ecco perché siete addormentati. Nessuno ve l’ha mai detto, ma è evidente.
Supponiamo che la pioggia rovini un pic-nic. Chi è a reagire in modo negativo? La pioggia o voi? E cosa provoca questo sentimento negativo? La pioggia o la vostra reazione? Quando sbattete il ginocchio contro il tavolo, il tavolo sta benissimo. Si occupa di fare quel che dovrebbe, e cioè il tavolo. Il dolore è nel vostro ginocchio, non nel tavolo.
I mistici continuano a tentare di farci capire che la realtà va bene così com’è. La realtà non è problematica. I problemi esistono soltanto nella mente umana. Anzi, potremmo aggiungere: nella mente umana stupida, addormentata. La realtà non è problematica. Togliete gli esseri umani da questo pianeta e la vita continuerebbe, la natura continuerebbe a svilupparsi in tutta la sua bellezza e la sua violenza. Dove starebbe il problema? Nessun problema. Voi avete creato il problema. Vi siete identificati con il “me”, ed è questo il problema. Il sentimento è dentro di voi, non nella realtà.

Terza fase: mai identificarsi con quel sentimento. Non ha niente a che vedere con l’“io”. Non definite la vostra essenza in termini di quel sentimento. Non dite: «Sono depresso». Se volete dire: «C’è depressione» va bene. Se volete dire che c’è malinconia, va bene. Ma non dite: «Sono malinconico», perché in questo modo vi definite alla luce di quel sentimento. È questa la vostra illusione, è questo il vostro errore. In questo momento c’è una depressione, ci sono dei sentimenti feriti, ma così sia, lasciateli stare. Passeranno. Tutto passa, tutto. Le vostre depressioni e le vostre emozioni non hanno niente a che vedere con la felicità. Quelle sono solo oscillazioni del pendolo. Se cercate eccitazione ed emozioni, preparatevi alla depressione. Volete la vostra droga? Preparatevi ai contraccolpi. Il pendolo oscilla da un estremo all’altro.

Questo non ha niente a che vedere con l’“io”, né con la felicità. È il “me”. Se ve lo ricorderete, se lo ripeterete a voi stessi un migliaio di volte, se proverete questi tre passi un migliaio di volte, ci arriverete. Magari vi basteranno tre volte, o anche meno. Non lo so: non ci sono regole. Ma fatelo mille volte, e farete la più grande scoperta della vostra vita.
Al diavolo quelle miniere d’oro in Alaska. Cosa ve ne fareste di quell’oro? Se non si è felici, non si può vivere. Mettiamo che abbiate trovato l’oro. Che importanza ha? Siete un re, una principessa. Siete liberi: non vi importa più di essere accettati o respinti, non fa alcuna differenza. Gli psicologi ci spiegano l’importanza del senso di appartenenza. Fandonie! Perché volete appartenere a qualcuno? Non ha più importanza.
Un mio amico mi ha detto che c’è una tribù africana in cui la pena capitale consiste nell’ostracismo. Se voi foste buttati fuori da New York, o da dovunque abitiate, non per questo morireste. E come mai l’uomo di quella tribù africana muore? Perché anche lui è vittima della comune stupidità umana. Pensa che non potrà sopravvivere, senza appartenere a qualcosa. Ma non è necessario appartenere a qualcuno, a qualcosa, o a un gruppo. Non è nemmeno necessario innamorarsi. Chi ve l’ha detto? È necessario essere liberi. È necessario amare. È tutto qui: questa è la vostra vera natura. Ma la verità è che mi state dicendo che volete essere desiderati. Volete essere applauditi, volete essere attraenti, con tutte le scimmiette che vi corrono dietro. State buttando via la vostra vita. Svegliatevi! Non ce n’è bisogno. Potete essere felici e beati senza tutto questo.
La vostra società non sarà lieta di sentire quello che ho detto, perché quando si aprono gli occhi e si capisce questo concetto si diventa spaventosi. Come si può controllare una persona così? Non ha bisogno di nessuno, non si sente minacciata dalle critiche, non si cura di quel che pensa o dice la gente di lei. Ha tagliato tutti questi fili: non è più un pupazzo. È spaventoso. «Dobbiamo liberarcene. Dice la verità; non ha più paura; non è più umano». Umano! Guardate! Finalmente un essere umano! Si è liberato della propria schiavitù, della propria prigione.
Nessun evento giustifica un sentimento negativo. Non c’è situazione al mondo che giustifichi un sentimento negativo. Ecco cosa hanno tentato di dirci, di urlarci i nostri mistici, fino ad avere la voce roca. Ma nessuno ascolta. Il sentimento negativo è dentro di voi. Nel Bhagavad-Gita, il libro sacro degli induisti, Krishna dice ad Arjuna: «Buttati a capofitto nella battaglia, e tieni il tuo cuore ai piedi del loto del Signore». È una frase meravigliosa.
Non dovete fare nulla per acquisire la felicità. Il grande Meister Eckhart ha detto con parole superbe: «Dio non si raggiunge attraverso un processo di addizione di qualcosa nell’anima, ma attraverso un processo di sottrazione». Non si deve far nulla per essere liberi. Bisogna abbandonare qualcosa. Allora si è liberi.

 Mi viene in mente a questo proposito un detenuto irlandese che, scavato un tunnel sotto il muro della prigione, riesce a fuggire. Sbuca nel bel mezzo del cortile di una scuola materna, dove stanno giocando dei bambini. Naturalmente, quando emerge dal tunnel non riesce più a trattenersi e inizia a saltare e ballare, gridando: «Sono libero! Finalmente, dopo tre anni, sono libero!». Una bambina, a pochi passi da lui, gli lancia un’occhiata invidiosa e ribatte: «Beato te! A me ne restano altri due da passare qui dentro!».La quarta fase: come si possono cambiare le cose? Come potete cambiare voi stessi? Ci sono molte cose da capire qui, o meglio, una sola cosa, che si può esprimere in molti modi.

Immaginate un paziente che va dal dottore per dirgli di cosa soffre. Il dottore dice: «Bene, ho capito i suoi sintomi. Lo sa cosa farò? Prescriverò un farmaco al suo vicino!». Il paziente risponde: «Grazie mille, dottore: mi sento già molto meglio». Non è assurdo? Eppure è proprio quel che facciamo tutti noi. La persona addormentata pensa sempre che si sentirà meglio se sarà qualcun altro a cambiare. Si soffre perché si è addormentati, però si pensa: “Come sarebbe meravigliosa la vita se qualcun altro cambiasse; come sarebbe meravigliosa la vita se il mio vicino cambiasse, mia moglie cambiasse, il mio capo cambiasse”.

Vorremmo sempre che fosse qualcun altro a cambiare, in modo da sentirci meglio. Ma vi siete mai accorti che anche se vostra moglie cambia, o vostro marito cambia, su di voi non ha alcun effetto? Siete vulnerabili tanto quanto prima; idioti tanto quanto prima; addormentati tanto quanto prima. Siete voi ad avere bisogno di cambiare, ad aver bisogno della medicina. Continuate a insistere: «Mi sento bene perché il mondo va bene». Sbagliato! Il mondo va bene perché io mi sento bene. È questo quel che dicono tutti i mistici.

Anthony De Mello
Tratto dal libro:  “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”, di Anthony De Mello.

Amare – Eric Baret

Amare veramente qualcuno, è un concetto.

Non si può amare qualcuno. E’ una fantasia. La personalità non può amare. Amare, è ciò che è essenziale, non è qualcosa che si possa fare o no.
Quando si smette di “fare”, resta l’Amore.
Si ama qualcuno quando corrisponde alla nostra fantasia.
La persona che amate se fa questo o quello, non l’amerete più.
Un amore che comincia e che finisce, non è veramente un amore.
Amare, è ascoltare, è essere presenti.

Amare i figli, significa non chieder loro niente e dare tutto. Un giorno essi spariranno, non saranno più in contatto con voi. Chiedere a vostro figlio di telefonarvi, di darvi notizie, non è amore. Il figlio fa quel che sente il bisogno di fare; non si domanda niente ad un figlio. Ma amare qualcuno su un piano umano, è una fantasia.
L’ego non può amare. Utilizza, pretende, si rassicura.
Quando trovate qualcuno che corrisponde alla vostra fantasia fisica, psicologica, intellettuale, affettiva, dite di amarlo profondamente.
Quando questa persona poi fa qualcosa di diverso, allora diventa detestabile.
Non si può amare qualcuno. Sentire una forma di amore è profondamente giusto.

E’ prima della fantasia del “amo qualcuno”. Il sentimento di amore è profondo, essenziale. Ma , per mancanza di maturità, si pensa di amare “qualcuno”.
In realtà si ama semplicemente, perché l’amore è senza direzione.
Ciò che amo è quel che è presente davanti a me.. Non c’è nient’altro.
Cosa potrebbe esserci di più bello, di più straordinario, di ciò che si presenta nell’istante se non ho la pretesa che la bellezza e la saggezza siano altrove?
L’amore è ciò che è quando si smette di pretendere di amare qualcuno.
Amare qualcuno, voler essere amati, è una storia.
Che vuol dire essere amati?

Nessuno vi ama, nessuno vi amerà mai, nessuno vi ha mai amato, ed è meraviglioso così.
Le persone non possono che pretendere. Se corrispondete ai loro criteri psicologici, fisici, affettivi, vi amano quando vi incontrano. Se non corrispondete, vi detestano.
E allora? Ci sono dei cani che vi amano e altri che non vi amano. E’ biologico.
Perché occuparsi di queste cose? Cosa significa essere amati? E’ una fantasia.
Cosa importa se qualcuno proietta su di me un’attrazione o una repulsione?
E’ completamente fantasmatico!
A un certo punto vi rendete conto di non aver bisogno di amare né di essere amato. Cosa resta? Resta il sentimento d’amore, questa comunione che si ha tra tutti gli esseri e che non è direzionale.
Vi rendete conto che amare spetta a voi. Quel che vi rende felici è amare.
Se qualcuno dice di amarvi profondamente ma voi non lo amate, questo non vi porta niente. Per contro, quando amate questo vi rende felici. Le cose quindi erano viste al contrario: amare spetta a noi.
Quando amo il mio corpo, la mia mente, il mio ambiente, c’è tranquillità. Mentre voler essere amati è solo un concetto.
Quando amate, non amate qualcuno, amate e basta.
La persona con cui vivete, dormite o andate al cinema, è un’altra cosa. Non potete dormire con tutti, abitare con tutti. Una selezione organica s’impone. Ma l’amore non si colloca qui.
Non è perché dormite con qualcuno che lo amate più di un altro con cui non dormite!

Non è perché vivete con una donna che l’amate più di ogni altra con cui non vivete!
E’ funzionale.
Ci sono persone che amiamo profondamente eppure non viviamo con loro. Semplicemente non ci sono le circostanze. Non ho bisogno di amare qualcuno per vivere con lui, dormire o viaggiare. Questo accade ad un altro livello.
Ma vedrete che prima o poi “amare qualcuno” non vorrà dire niente.
E’ come prendersi per qualcuno, è solo un’immagine.
Posso essere stimolato da qualcuno. Quando il mio corpo passa a trenta metri da un certo altro corpo, una forma d’intensità si manifesta, e a dieci metri sarà ancora più intensa, e quando ci si sfiora è come una follia che arriva: il suo odore, la forma del suo corpo, il suono della voce, il modo di muoversi, la sua dolcezza o la sua durezza, la sua ricchezza o la sua povertà fanno si che io sia toccato.
Ma perché chiamare amore tutto questo? E’ puramente chimico.
A seconda di cosa somigliava vostro padre, vostro nonno, se a tre anni eravate picchiati o accarezzati, amerete questa o quella forma di corpo, questo o quell’odore, questo o quel modo di muoversi. La tale persona vi attira, l’altra per niente.
Questo risale a molto , molto lontano. La parola “amore” non c’entra.
E’ solo quando vedete chiaramente tutto questo che potete sposarvi, avere dei figli senza bisogno di recitare. Allora vivete funzionalmente con qualcuno, con tutto il rispetto e l’ascolto che ciò implica. Ma non siete obbligati a credere che i vostri figli siano i vostri figli, che i vostri genitori siano i vostri genitori , che vostro marito sia vostro marito. Lo sono anche, certo, occasionalmente.

Amare è ascoltare.
Siete in presenza di una situazione, con qualcuno? Lo ascoltate.
Ascoltate ciò che è, non solo quello che pretende di essere.
Ascoltate profondamente, senza commenti. Quando ascoltate, i vostri figli sono perfetti, vostro marito è perfetto, il vostro corpo è perfetto, la vostra mente è perfetta.
Tale è la chiara visione che proviene dall’ascolto.
Quando penso che i miei figli, mio marito o il mio corpo devono cambiare, significa che non ascolto.
Parlo, ho un’ideologia a proposito di ciò che è giusto e di ciò che non lo è.
E’ una forma di fascismo: volere che gli altri siano come io decido che dovrebbero essere. Una sorta di fascismo psicologico che non ha senso.
Amare è rispettare.
Rispetto il mio prossimo, mio figlio, mio marito, mio padre, la società e tutte le violenza che ho subito. Rispetto ciò che è qui.
Questo non giustifica niente, io non devo giustificare.
La vita non deve essere giustificata, essa è quello che è.
Affronto la realtà non quello che la realtà dovrebbe essere secondo la mia fantasia intellettuale.
Il vicino è esattamente come deve essere, non può essere diversamente. Quando vedo chiaramente come funziona, ho dei buoni rapporti di vicinato. Quando il vicino picchia sua moglie capisco profondamente che la sua terribile sofferenza lo porta a picchiare la moglie. Questo non vuol dire che in certi casi io non chiami la polizia, non faccia una osservazione o intervenga fisicamente. Vuol solo dire che quando picchia sua moglie so che lo fa per sofferenza, che quando si è violenti è perché ci si sente aggrediti. Ci si può sentire aggrediti persino da un sorriso.
In una totale assenza di critica c’è la comprensione della situazione. Questo è per me il rispetto. Certi lo chiamano amore.
Amare qualcuno? Che favola straordinaria!
Essere amato è una favola ancor più meravigliosa!
E il massimo è soffrire di non essere amati..
Guardate come funziona.

Se do un biscotto al cane , il cane mi ama. Se lo picchio sul muso , non mi ama.
Faccio qualcosa, mio marito mi ama. Vado a letto con suo fratello, mio marito non mi ama più. E allora? …
Lasciate le persone libere. Le persone mi amano, non mi amano è meraviglioso così.
Aver bisogno di essere amati è una forma di malattia molto intensa sul piano somatico. E’ terribile, come la gelosia. Distrugge il sistema ormonale, il sistema cellulare. Questo bisogno di amore è un veleno.
Il rimedio è amare. Non si può fare altro che amare.
Quando si dice: “non amo”, si nega l’essenziale in se stessi, perché non c’è niente che non si possa amare.
Quando dico di non amare la tale persona o la tale circostanza, nego l’amore che è in me. Allora c’è sofferenza.
E’ meraviglioso amare, essere totalmente attenti a qualcuno. Come con un figlio.
Si può impedire al proprio figlio di morire? No! Si ama il figlio come è adesso in ogni istante. Non si sa se l’istante dopo avrà sempre questa forma.
Si è presenti senza richieste
Cosa si può chiedere ad un figlio?
Si fa tutto ciò che si può, senza un domani. E’ gratuito.
Quando si vive con qualcuno, è la stessa cosa. Fate tutto quello che potete senza chiedere nulla. Allora si crea una autonomia, una maturazione.
Se, un giorno, per la natura della vita c’è una separazione dalla persona che ha vissuto 10 anni con voi, anzitutto vedrete che questo amore non vi lascia, e poi, se mate profondamente questa persona, sarà immensamente facile per voi comprendere che lei ha bisogno di incontrare qualcun altro e magari anche voi, oppure no.

L’amore è plasticità. Nessuna richiesta possibile.
Più familiarizzate con l’attitudine di dare tutto e non chiedere niente, più le vostre relazioni affettive diventano semplici, facili e armoniose.
Dal momento in cui domandate la minima cosa, incontrerete l’amarezza, la delusione, i dispiaceri, l’esitazione, l’agitazione, il conflitto.
Questo si traspone a tutti i livelli. Finché aspetto la minima cosa dal mio corpo, sarò deluso. Fino al momento in cui mi renderò conto che, al contrario, sono io che devo dare, amare.
Amo perciò il mio corpo come è, con le sue malattie , con i suoi limiti, le sue debolezze , i suoi incidenti, se è così ci sono delle ottime ragioni .
Non è un caso, e ciò non vuole dire che non potrà cambiare.
Mi rendo disponibile affinché il mio corpo possa esprimersi, nella salute come nella malattia. Ma se chiedo qualcosa al mio corpo, se voglio utilizzarlo, è ancora la dittatura, la volontà d’imporre la salute, lo sport, un regime alimentare…
E’ una forma di violenza.
Ascolto il mio corpo, che trasmette ciò di cui ha bisogno. Tutto quello che devo fare è essere disponibile. Ogni volta che il mio corpo ha una debolezza, capisco che è un regalo che mi permette di scoprirne una che è ancora più importante: quella di credere che il mio corpo debba essere senza debolezze.
Quando vedo chiaramente questo, la debolezza del corpo resta quello che è: semplice debolezza del corpo.
Ma se la debolezza del corpo fa si che io mi senta debole, devo allora far fronte alla mia debolezza psicologica.

La debolezza del mio corpo mi aiuta ad interrogarmi.
Quello che mi tocca è quello che mi fa maturare.
La fantasia dell’amore è molto costante nella vita umana. Non dura che un momento. Un bimbo non ha questa fantasia, è felice senza essere innamorato, a venticinque anni è convinto che senza innamoramento la vita non sia interessante. Più tardi a novantanni non ha più per niente voglia che qualcuno gli salti addosso per cincischiarlo e può essere lo stesso molto felice.
L’amore, per come lo si intende abitualmente, è una manca di amicizia.
E’ un baratto, uno scambio, del commercio.
Tu mi dai questo, io faccio quello. Io non vado a letto con la vicina, tu non vai con il vicino, siamo fedeli…
L’amicizia, è essere disponibili a tutto ciò che è possibile.
Non si è obbligati a sapere se si è l’amante, il marito, il padre , il figlio.

Ci sono un sacco di ruoli umanamente possibili. Ad un certo punto non ci si situa più in funzione dei ruoli. Tutto è flessibile.
Se si incontra qualcuno, non si ha un ruolo. Il ruolo si crea nell’istante e si cancella nell’istante.
Occorre trovare una creatività nelle relazioni umane.
Non esiste una sola alternativa: fare l’amore o non farlo.
Ci sono multiple possibilità d’incontri umani: fisici, mentali, psicologici.
Aprirsi a tutte queste possibilità, corporalmente.
Non esiste solo la tenerezza o la violenza. C’è tutto un ventaglio di emozioni.

Per paura o per bisogno compulsivo di sapere qualcosa di se stessi non si è disponibili alle alternative, si trascurano tutte le infinite sfumature.
Sono facili, le relazioni umane, molto facili.
Basta amare quel che si incontra. Amare è donare la libertà.
Là dove non può esserci conflitto psicologico, non ci si può arrabbiare.
Delle persone si arrabbiano con voi? Lo rispettate.
Ad un certo momento non si può più essere arrabbiati.
Ci sono delle sofferenze inevitabili, le sofferenze fisiche: quando si è torturati, quando si hanno incidenti terribili.
Ma la sofferenza psicologica, soffrire perché mio marito o mia moglie fanno o non fanno quello, è una cosa inutile.

Abbiamo già abbastanza sofferenze inevitabili da affrontare per riservare la nostra capacità di soffrire a quei momenti.
Soffrire perché non si è amati, almeno di questo possiamo dispensarci.
Questo non nega l’intensità dei rapporti umani, al contrario. E’ questa fantasia di amare qualcuno che rende frivoli i rapporti umani.
Si può benissimo vivere tutta la vita in profondo amore con qualcuno, in tal caso non è una fantasia d’amore, è una evidente risonanza.
Se abbandonate l’idea di amare qualcuno, non avete nemmeno bisogno di cambiare partner ogni dieci anni.
Sapete benissimo che con un altro sarà la stessa cosa, si incontrano unicamente le proprie problematiche.

Si può passare tutta una vita in un rapporto meraviglioso, si può passare tutta la vita ad approfondire questo rapporto. E’ un rapporto senza richieste , è un rapporto d’amore nel senso che si ama profondamente ciò che è, ciò che si manifesta.
Altrimenti, c’è sempre delusione. Si è delusi, amari. Si ha il labbro superiore leggermente retratto, sintomo fisiologico dell’amarezza.
Ci si innervosisce e si sussulta facilmente, si è sarcastici perchè si è delusi senza saperlo, perché si è questo qualcosa che non ci può essere dato, perché non esisteva.
Questa presa di conoscenza ci libera da ogni domanda.
Cosa rimane allora?
Rimane l’AMORE, il Non-Bisogno.
Eric Baret (tratto da L’unico desiderio)

La spietatezza della grazia – Karl Renz

Domanda: Ieri sera sono stato testimone di una discussione che mi ha turbato. Poi ho letto nel tuo libro “Per finirla con il risveglio e altri errori concettuali” un passaggio riguardo la guerra, e, vedendo ciò che succede nella realtà, sono stato sollevato.

Renz: Finché hai l’idea di essere nel mondo, c’è sempre la guerra. E il tiro viene sempre dal proprio corpo.

Domanda: Scusa?

Renz: Poiché l’altro non è differente da te, il tiro viene sempre dal tuo proprio campo. Ora in Irak i soldati americani tirano sui loro propri soldati. Non sanno su  cosa, ma tirano.

Domanda: E’ accidentale.

Renz: Si, si prendono accidentalmente per un nemico, e tirano. In inglese questo si chiama un “fuoco amico” (frienfdly fire). Nel mondo, tutti tirano pensando che ci sia un nemico. Sii un qualunque “me” e hai dei nemici.

Domanda: E l’amore divino?

Renz: L’amore divino è già tirare sul proprio campo senza curarsi degli altri. “Il mio amore divino!”. Ecco perché Gesù ha detto che non ci sarà mai pace sulla terra. Finché ci sarà un mondo, qualsiasi sia, ci sarà la guerra.

Tu sei sempre in guerra con te stesso. Ogni volta che prendi per reale un’immagine senza riconoscere il Sé, è guerra. Anche se il mondo è in pace, c’è sempre la guerra.

Solo Quello che è la pace conosce la pace. Ma tutto ciò che si manifesta a partire di là è la guerra, anche l’amore divino. Allora ti batti per l’amore divino, ti batti per la libertà. Guarda, il signor Bush manda un gran numero di soldati in Irak unicamente per difendere quell’idea di libertà e, in nome di quell’idea, c’è la guerra! In nome dell’idea d’amore, c’è l’odio. Anche se lo chiami “amore divino”  c’è sempre l’odio. Sebbene tu dica…

Domanda: Ma l’amore divino non ha nulla a che fare con l’odio!

Renz: Qui e ora tu stai facendo la guerra.

Domanda: L’amore non ha niente a che fare con l’egoismo.

Renz: Guarda come ti batti, e per cosa?

Domanda : Per la vera pace.

Renz: Qual è questa “vera pace” per la quale ti batti? Anche il signor Bush direbbe: “ mi batto per la vera pace, la vera libertà”. Il cuore del problema è che tu non puoi volere ciò che vuoi e non puoi non volere ciò che vuoi prima di volerlo. Einstein precisava sempre che la sola ragione per cui poteva sopportare l’umanità era che vedeva che essa non poteva volere ciò che voleva. Per questo il suo cuore sensibile poteva sopportare tutte queste guerre, tutti questi disastri, tutte queste cose spaventose e diaboliche….

E’ vedendo che non poteva volere ciò che voleva che ha raggiunto l’accettazione.

Così, tutto ciò che viene da questa totalità si manifesta come un comando assoluto, come un’esigenza. Tu devi farlo, non hai alcuna scelta. Non puoi essere diverso da ciò che sei, anche in quanto corpo-organismo. E’ impossibile.

Domanda: Tu dici: “prova ad accettare ciò che è, ma non puoi accettarlo”. Non capisco. Come puoi non accettare ciò che è.

Renz: Tu non puoi accettare l’esistenza, perché l’esistenza stessa è già una situazione di crisi. A partire da questa prima nozione d’esistenza, il pensiero “Io”, la crisi comincia. Poi viene l’ “io sono”, che genera la crisi “io sono qualcuno”. Perché con l’  “io sono qualcuno” sorgono il desiderio, colui che può desiderare e la possibilità di desiderare. Forse non c’è alcun desiderio manifesto, ma potenzialmente il desiderio è sempre presente. E questo, tu non puoi accettarlo, ma per Quello che è non c’è alcun problema, perché Quello è l’accettazione stessa. Non c’è dunque niente da accettare. Sii semplicemente Quello che non ha secondo. Quando tu sei Quello che è, e non hai nessuna idea di ciò che tu sei, o non sei, quando non c’è secondo, tu sei l’accettazione, perché non resta niente da accettare. Perfino l’idea di “esistenza” è assente. Perciò, per Quello che tu sei, non c’è assolutamente nessuna necessità di accettazione né più alcun bisogno, qualunque e esso sia.

E’ perciò l’assenza totale di ogni nozione di esistenza o di non-esistenza di Quello; tu sei l’accettazione, ma non c’è più niente da accettare.  Se dico che tu non puoi mai accettare, è perché tu sei già l’accettazione, e, siccome tu sei già l’accettazione stessa, non hai niente da aggiungere con una accettazione relativa.

Che fare? Non puoi aggiungere niente a quella accettazione assoluta che già sei. Anche se accetti, allora? Che succede? Tutte le accettazioni relative vanno e vengono, non sono che ombre effimere di accettazione. Allora sviluppi un sistema di controllo dell’accettazione e della comprensione, ma ci sarà sempre un impedimento maggiore. Nessuna scappatoia! Non puoi che accettare in quanto persona, ma, anche lì, non sarà la tua accettazione. Noi non possiamo andare più lontano. E’ l’ultimo stadio chiamato “satori” che è uscito da quella “volontà” per entrare nella “non volontà”. Però tu non puoi spezzare il tuo cuore. Si spezzerà quando si spezzerà. Nonostante tutto ciò che è accaduto prima, malgrado la tua accettazione o non-accettazione, e tutto ciò che hai fatto, compreso o no, e non un secondo prima, in quell’istante preciso, si spezzerà.

Domanda: Per essere onesto, quello che importa è di vedere se gli esseri risvegliati si comportano con  bontà verso gli altri.

Renz: Se sono risvegliati non saranno “gentili”. Spero bene di no. Perché il carattere spietato, la mancanza totale di circospezione che viene con la realizzazione non ha niente di “gentile”.

Quella compassione è totalmente cieca, radicale, priva di ogni riguardo. L’assenza di considerazione, l’intransigenza, non è “amabile”. E’ la grazia senza ringraziamento; in essa, né pietà, né bontà, né beatitudine. Non puoi immaginare fino a che punto è drastica.

Domanda: Cosa vuoi dire?

Renz: Sarai annientato dalla grazia che tu sei, perché distruggerà quell’idea di “te” molto semplicemente.. Allora, certo, questo non ti piacerà. Non potrai mai volere che la grazia ti uccida. Come potresti? Però, tu non hai bisogno di volere la grazia, per esserlo.

Stabilisci dei criteri: “Se avessi la scelta, preferirei che il risveglio avvenisse come una meravigliosa realizzazione, con una grande dolcezza ecc.”. Ma in tutti i racconti di risveglio di cui ho sentito parlare, questo ritorno alla dura realtà, alla nudità totale dell’essere, somiglia sempre a un disastro, una disperazione, una frustrazione, una despressione. Nessuna esperienza celeste di nettare che verrebbe a scendere nella tua sedicente esistenza… Solo  l’assenza totale di ogni idea di ciò che tu sei.

Domanda: Il fatto è che mi preoccupo.

Renz: Che tu ti preoccupi è proprio quella che la totalità vuole che tu faccia in questo preciso istante. Semplicemente, non ne dubito. Che tu ti preoccupi è l’assoluta esigenza della totalità dell’esistenza. E questa inquietitudine è esattamente il passo che devi  fare, prima del prossimo, qualunque esso sia.

Domanda: Non afferro.

Renz: Non afferri e non hai mai afferrato nulla. Cerchi di comprendere qualcosa che, in ogni caso, tu non puoi capire. Provi a percepire un mistero dell’esistenza, ma non ci arriverai mai.

Quando tu sei questo mistero, la comprensione è perfetta. Solo nell’assenza totale di un “me” che ha l’idea di comprendere, c’è la comprensione assoluta, sciolta dal minimo dubbio. Ma in presenza di questo “me” scettico, dubiterai sempre. Il “me” deve dubitare. Indubbiamente. Lascia perciò lo scettico dubitare di ciò di cui dubita.

Vedi che tutto è l’esigenza di quella totalità. Se sei madre, devi comportarti da madre. Devi preoccuparti dei tuoi figli più di chiunque. Così una parte di te è tutto amore e l’altra si dibatte, grrr! E’ questo essere una madre. E’ il suo funzionamento ed è esattamente come deve essere. Allora che fare? Nessuno può fare in altro modo. La madre non può non amare il figlio.

Domanda: Le madri sono naturalmente protettive, è nei loro geni.

Renz: Sono così, protettive. Però, in nome di questa idea di protezione, a volte bisogna uccidere. Il signor Bush deve uccidere gli iracheni per proteggere gli americani, perché questi hanno bisogno di petrolio per far andare le loro auto. Lui è la madre degli americani, deve proteggerli.

Tu puoi vedere che niente è causato da un’altra persona, qualunque essa sia. E’ il funzionamento di un funzionamento. Infatti questo decolpevolizza del tutto ogni individuo. Cosa fare? Le persone devono essere come sono e non possono essere altrimenti, perché sono il funzionamento di tutto ciò che le definisce in questo sistema d’informazioni, come, per esempio, il loro programma genetico.

E’ quella la pace. La sola idea che un giorno troverai aiuto, la sola speranza che qualcuno o qualcosa ti aiuterà, che un avvenimento o una comprensione qualunque ti renderanno felice per sempre, è la guerra.

Ma, vedendo che il momento in cui sarai aiutato non verrà mai e che tu non potrai mai uscire da ciò che sei, è la pace.

Tu sei in guerra perché speri di ottenete qualcosa. Ma se vedi che non c’è niente che tu possa ottenere di qualsiasi cosa, sei già in quella pace dello spirito, perché non c’è più: “e dopo”?

Per Quello che tu sei, non è mai successo niente. Non c’è nascita e morte. Tutto è successo all’interno di un sistema di credenze, ma solo Quello che tu sei è la vita stessa. Perciò tutto quello che puoi sperimentare è morto, vuoto. Non puoi mai fare l’esperienza di Quello che è l’esperienza assoluta della vita stessa. Tu sei quel Sé che non può essere immaginato, né sperimentato, molto semplicemente, perché tutto ciò che puoi immaginare è unicamente immaginazione. “Quello” indica solo il non-nato assoluto che tu sei, che non ha mai fatto parte di un sistema di sofferenza. Ma dal momento in cui esci da Quello, assumendo una qualsiasi idea, o sistema di credenze credendola reale, incomincia la sofferenza. Per ciò che tu sei, è inaccettabile che ci sia un secondo. Ma, quando lasci quella pace assoluta, quella libertà per sposare l’idea di “un secondo”, è la guerra. Quando crei un’esistenza individuale, un essere separato, il sistema di difesa si mette in atto e il bisogno di difendere tutto ciò che è presente si manifesta.

L’idea d’esistenza individuale diventa assolutamente reale, perché tutto ciò a cui presti attenzione appare reale. Così tutto ciò che prendi per reale diventa reale; nel momento in cui prendi la separazione per reale, essa è così reale che potrà esserlo.

Quando la coscienza pure si ripiega su se stessa, come uno specchio che riflette totalmente Quello che è anteriore, è come un levar del sole interiore, ma ciò non ha causa; ciò appare e dispare indipendentemente da ogni sforzo, indipendentemente da tutto ciò che è stato fatto o non fatto. Perciò al di là di tutti i tuoi sforzi, tu sei, ma in effetti non puoi impedirti di fare degli sforzi. E questo paradosso non puoi risolverlo.

Mostrare che l’assenza d’aiuto e di non-aiuto è il paradiso è la ragione per cui sono seduto qui. Indico Quello che tu sei, l’assenza d’aiuto e di non aiuto perché non esiste secondo.

Tutto ciò che vuoi controllare ti controlla. Tutto ciò che vedi, di cui fai esperienza, non è diverso da ciò che sei. Tentare di controllare ciò che vedi, pensando di sfuggirgli, che idea sciocca! Perché tutto ciò che vuoi controllare ti chiude, ti imprigiona in un’idea o un sistema di credenze. Ogni definizione è una prigione. Solo l’assoluta assenza di ogni idea di ciò che sei o non sei e perfino l’assenza di questo, è ciò che tu sei. E’ il silenzio, la pace, una pace immensa di cui non puoi fare esperienza, perché tu sei Quello. E’ per questo che la si chiama la “nudità” dell’esistenza.

Domanda: Hai un’idea di cos’è la sofferenza? Ti capita di piangere?

Renz: Spesso. Quando guardo un film triste, per esempio. Come potrei non piangere quando c’è un film del genere che fa piangere? Davvero. E’ girato da me, e se si dice che è un “melo” allora devo piangere.

Vedi che non si può evitare la compassione, perché sei Quello. Tutto ciò che vedi sei tu. Non c’è nessuna differenza tra chi fa l’esperienza, l’esperienza e ciò che è sperimentato. Quando c’è tristezza, tu sei la tristezza. Quando c’è la felicità, sei la felicità.

Tutto ciò a cui puoi pensare è ciò che tu sei. Come potresti non provare compassione per ciò che sei?

Domanda: Consideriamo il pianeta intero, in grande scala, l’umanità.

Renz: L’umanità? Prima devi trovare l’umanità, poi potremo parlarne.

Domanda: In ogni caso, ogni giorno, ci fanno sempre più soffrire.

Renz: Hai ragione. Dall’inizio dell’umanità, c’è la guerra, il dolore, la sofferenza.

Domanda: Allora dici che il dolore e la sofferenza esisteranno sempre?

Renz: No, non c’è mai stato dolore né sofferenza. E’ qui il problema. Non puoi fermare ciò che non è mai stato presente.

Domanda: Ma i fatti sono questi!

Renz: Quali fatti?

Domanda: Noi non siamo felici.

Renz: Hai ragione. Non puoi mai trovare qualcuno felice. Siccome non esiste nessuno, non trovi nessuno che potrebbe essere felice. Prima trova qualcuno, non importa chi è, e poi ne riparliamo.

Domanda: Qual è lo scopo ultimo?

Renz: Lo scopo ultimo è che non c’è scopo. Finalmente, non c’è più “finalmente”.

 

 Da 3ème Millénarie   n. 77  –  Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

Da: http://www.revue3emillenaire.com/it/?p=313

 

Il segreto aperto – Tony Parsons

In un certo senso il segreto è nascosto e in un altro  senso è completamente ovvio. Perchè proprio ora, peoprio questo è tutto ciò che c’è. In questi corpi-mente sta accadendo un vedere chiaro: c’è solo vedere. Da qualche parte, però, nella mente c’è l’idea – e questo è il dramma – che ci sia qualcuno che se ne sta lì seduto e che vede. Ecco la sottigliezza di questo e la sua verità.

Quando il risveglio accade (e lo fa piuttosto spesso adesso), una delle cose che le persone riportano di più nei loro racconti è che ciò che vedono è totalmente ovvio. E’ così ovvio. E’ proprio accanto a ciò che pensi stia acadendo ora. Tu pensi di vedermi: in efetti, tutto ciò che sta accadendo e che c’è, è il vedere me, o qualunque altra cosa stia sorgendo. La differenza tra il risveglio e il non risveglio – tra il vedere e il non vedere – è semplicemente il vedere che non c’è nessuno qui. Non c’è il “me”.

Se vuoi possiamo chiudere gli occhi e provare a trovare questo “me”. Ciò che sorge nella consapevolezza sono sensazioni. Ci possono essere sensazioni nel corpo, pensieri… non importa che cos’è che sorge, non puoi trovarci il “me”. Dov’è il tuo “me”? Continua a cercare il “me” e tutto ciò che troverai saranno sensazioni, sensazioni corporee, consapevolezza di un corpo, consapevolezza del pensiero “non mi trovo”… E la cosa strana è che ciò che cerca il “me” è ciò che sei. Tu sei ciò che sta cercando il “me”. Tu sei l’Uno. L’Uno è ciò che vede, che vede ogni cosa. L’Uno è ogni cosa e vede ogni cosa come se stesso.

Quello che è successo è che, per qualche motivo, abbiamo cercato qualcos’altro, qualcosa di personalizzato, un oggetto chiamato illuminazione; qualcosa che sia là fuori e che discenda dal cielo e ci riempia con una nuova energia; qualcosa che arriva e ci è aggiunto. Infatti, ciò che cerchiamo è la perdita dell’idea di un “me”. E’ solo la perdita di un’identità personale, che non è mai stata comunque reale. Cerchiamo la perdita di una irrealtà. Ogni cosa è perduta e, in un certo senso, il “me” è ogni cosa. Siamo gente ricca che cerca di trovare il Regno dei Cieli. Ogni volta che c’è un “me” che ha un concetto di sè, dell’importanza della vita e dell’importanza dell’illuminazione, siamo gente ricca.

Tutto se ne va e non rimane nulla, se non questo vedere; solo il chiaro vedere delle sensazioni, della vita che apparentemente accade. Questo chiaro vedere viene dal nulla. E’ come se, sebbene non ci sia nulla lì, ci sia solo il vedere la vita che accade. Senza nessuna sensazione che ciò che succede abbia bisogno di cambiare, migliorare o peggiorare; senza giudizio di alcun tipo, o nessuna sensazione che ciò che è conduca da qualche parte. Oltre questo vedere chiaro, risiede l’Uno. Quindi ciò che vai cercando c’è già. In realtà, per tutta la vita c’è stato questo vedere chiaro. Ciò che lo vela è l’identiificazione, come se ci fosse qualcuno di separato che vede. E anche quel velo è completamente divino. E’ solo uno spostamento di percezione da quello a questo. E’ incredibilmente semplice, diretto, disponibile.

L’illuminazione è totalmente a portata di mano. La luce è tutto quello che c’è. Tutte queste idee che hai sullo scalare montagne e meditare per vent’anni, rinunciare ai desideri… risvegliarsi non ha niente a che vedere con tutto questo. La luce è tutto quello che c’è. Non c’è nulla che debba essere atto, semplicemente perchè l’intera questione è vedere proprio questo. Chi è che deve fare qualcosa al riguardo? C’è sempre questo, c’è solo sempre questo. Ovunque tu vada, c’è solo questo. Non farti l’idea che il risveglio possa accadere soltanto a persone che abbiano cercato intenzionalmente per anni. […]

[…] Quello che intendo, quindi, è che il risveglio non ha nulla a che fare con la storia. In un certo senso, un ricercatore di lunga data può collezionare molti concetti e divenire quello che Cristo chiama “un uomo ricco”.

Tony Parsons
Tratto dal libro: “Tutto ciò che è”

Acquista il libro http://www.macrolibrarsi.it/libri/__the-open-secret.php/?pn=5525

E’ questo il miracolo – Jeff Foster

Nel mezzo dei miei vent’anni, in seguito a una profonda depressione, sono diventato un ricercatore spirituale molto serio. Il mondo era diventato troppo e volevo scappare nella Vacuità dietro al mondo e vivere lì. Volevo liberarmi di Jeff e di tutti i suoi problemi e dimorare nell’Assoluto col mio amico il Buddha. Ho visto con chiarezza i problemi dell’esistenza: l’impermanenza di ogni cosa, l’inevitabilità della morte, la natura illusoria del sé, la natura vuota di tutti i fenomeni. La mia risposta è stata di staccarmi dal mondo.

Ma sono andato troppo in là e sono caduto nel Vuoto. Mi sono staccato così tanto che il mondo non mi interessava più. Mi sono intrappolato nel nulla. Gli alberi non erano più alberi, le montagne non più montagne, i fiumi non più fiumi. La vita è diventata fredda e senza gioia. Non c’era nessun me. Nessun te. Nessun sé. Nessun altro. Nessun mondo. Nessun passato. Nessun cammino. Nessun futuro. Nessun amore. Nessuna vita. Nessun significato.

Il sole sorgeva e tramontava, la pioggia cadeva  e smetteva di cadere, volti e voci apparivano e scomparivano nello stesso momento e io non ne facevo nessuna esperienza. Solo il vuoto era reale, solo il nulla. Per me il mondo aveva cessato di esistere. E pensavo di essere illuminato!

Credevo di essere un uomo reale, non uno di quegli sciocchi ignoranti che erano ancora persi nel mondo ‘relativo’, di quelle persone non spirituali che ignoravano la loro ‘vera natura’. Allora pensavo che la non dualità fosse questo. Pensavo che la non-dualità fosse staccarsi dalla vita e dimorare nel vuoto.

Quello che allora non potevo vedere era che il distacco assoluto dalla vita era completamente dualistico.  Ci vuole una persona per essere distaccati, e un mondo per esserne distaccati. Naturalmente dopo una vita di sofferenza, inizialmente è stato un sollievo trovare il vuoto e scappare dall’inferno che era diventata la mia vita. Ma il vuoto era diventato un’altra trappola.

Quello che al tempo non vedevo era che il vuoto è totale pienezza. Dimoravo nel vuoto ma c’era ancora un ‘me’ che faceva il dimorare. Il vuoto non era ancora collassato nella pienezza. Non ero ancora morto. Non mi ero ancora innamorato di ogni cosa. Ed è lì che tutto si indirizzava.

Finalmente il distacco è collassato. Tutto lo fa prima o poi. Finalmente c’è stata la morte della persona, la persona che poteva o meno essere distaccata, e un rivelazione, per ness-uno, che questo è proprio ‘quello’. L’assenza di gioia se n’è andata, e c’è stato un immergersi nel mistero assoluto di tutto questo…del tutto al di là di ogni parola, al di là del linguaggio.

A lungo c’era stata un’assenza di vita. A lungo mi ero seduto a guardare il mondo senza di me. Il mondo era diventato il mio nemico, perché essenzialmente non era reale. le interazioni umane quotidiane avevano perso significato perché non c’era nessun altro. Era stata una tale negazione del relativo, una tale negazione del mondo. C’era ancora un ‘me’ che negava la vita.

E allora tutto è collassato…. Jeff, è collassato sull’erba del prato, totalmente esausto, ha guardato su alla luce che trapelava tra gli alberi e la Vita ha detto:

“VIVI, DANNAZIONE, VIVI!”

Il vuoto è collassato nella forma. La forma è collassata nel vuoto. E allora non c’era più né forma né vuoto. C’era solo questo, senza più alcun modo di sapere che cosa questo sia. La persona si è dissolta nella meraviglia.

Gli alberi erano di nuovo alberi, le montagne erano di nuovo montagne, i fiumi erano di nuovo fiumi. Ogni cosa è ritornata al suo posto. Alla sedia era permesso di essere di nuovo una sedia, mentre nello stesso tempo, naturalmente, era l’espressione divina, era l’Unità che giocava al gioco di essere una sedia. Una tazza di caffè poteva ancora essere una tazza di  caffè, un pensiero un pensiero, una sensazione poteva ancora essere una sensazione. La tristezza poteva esser tristezza, l’amore poteva essere amore. Ogni cosa era se stessa e nulla era mio. Le parole non riescono a catturarlo, ma finalmente si poteva vivere una vita ordinaria, e la vita ordinaria era l’unico miracolo.

C’è stato un ritorno al mondo anche se era solo un mondo apparente, anche se era tutto un sogno, anche se non c’era nessun me e nessun altro. Improvvisamente dopo anni di essere distaccato e di voler essere distaccato c’è stato un rilassamento in quello che è. L’intera cosa è collassata in una vita molto ordinaria.

Ma il ricercatore era morto. La ricerca era morta. Jeff è morto e ‘Jeff’ è rinato. C’è stata la crocefissione e la resurrezione tutto in uno, anche se in definitiva nessuno è stato crocefisso e nessuno è risorto, e questo è il messaggio finale della croce.

Quello che è è stato visto come il miracolo. Ed è sempre abbastanza. L’idea stessa di spiritualità se n’è andata. Quel concetto non era più necessario. Concetti di ‘risvegli’ e ‘illuminazione’ e ‘nulla’ se ne sono andati. Concetti di pratiche e scopi e conseguimenti futuri se ne sono andati. Perché? Perché l’erba era abbastanza, l’albero era abbastanza, il terreno sotto ai miei piedi era abbastanza. Mi sono innamorato del terreno solido o il terreno solido si è innamorato di se stesso e la ricerca di una vita è terminata.

Come dice Ramana Maharshi:

Il mondo è illusorio.

Solo Brahman è reale.

Brahman è il mondo.

Quando dico “Questo è tutto” o “la liberazione non è un qualcosa che puoi ottenere” non intendo dare un insegnamento. E’ un tentativo di condividere un vedere. Non sono un insegnante. Poiché sono nulla non sono né insegnante né studente. Sono quello che dici tu e sono anche ogni cosa. Tu sei quello che sono e io sono quello che sei. E tutto finisce qui in un’intimità al di là delle parole.

“Non c’è niente da conseguire” non è un insegnamento, è un confessione.

E’ questo il miracolo. L’uccellino cinguetta, il gatto miagola, e questo organismo corpo-mente qualunque cosa sia, qualche volta parla di non dualità. E poi va a casa e si beve una tazza di te. Quando si parla di non-dualità si parla sempre di qualcosa di cui non si può parlare. Quando ci attacchiamo a idee del sé o idee del non-sé, o idee di pratiche, o idee di non pratica, cadiamo nella dualità. E’ assolutamente chiaro che la non dualità non può venire contenuta in nessun concetto, nessuna filosofia, nessun sistema, nemmeno il più raffinato.

La mente vuole sempre trovare  un posto dove riposare tipo non c’è nessun sé, non c’è nessuna scelta. Ma la non-dualità non offre nessuna casa al senza tetto. E’ una caduta  libera nel non-sapere.

Nel vedere chiaramente che non c’è nulla da fare, perché questo è già completo, la stagnazione se ne va. Ci può essere un saltare fuori dal letto, col cuore completamente aperto a un altro giorno di non-sapere. “Nulla da fare” è solo un altro concetto, “qualcosa da fare” un altro concetto.

Nagarjuna ha detto:

Dire che “è” è attaccarsi alla permanenza.

Dire che “non è” è attaccarsi al nichilismo.

Quindi la persona saggia

Non dice “è” o “non è”.

E Bodidharma:

Chiunque sa che la mente è una finzione e priva di qualunque realtà, sa che la sua mente né esiste né non esiste. I mortali continuano a creare la mente sostenendo che esiste. E gli Immortali continuano a negare la mente sostenendo che non esiste.

Guarda: parte della danza è che su questo sorprendente pianeta  ci sono da fare un milione di cose, almeno così sembra! Questo mondo, lo sanno tutti i bambini, è un terreno di avventura. Né esiste, né non esiste, ma in ogni  caso è un terreno di gioco.

E così l’intera cosa finisce nell’assoluto paradosso di tutto questo. Nulla da fare, un sacco da fare. Nulla, qualcosa. Sé, non-sé. C’è qualcuno, non c’è nessuno. Gli opposti collassano l’uno nell’altro, e quello che viene visto è che la non-dualità non può mai venire compresa. Questo è un’immersione nel mistero, totalmente al di là delle parole. Ed è  questo che indicano tutte le parole di tutti i libri.

Sì non c’è nulla da ottenere perché è già tutto qui. Viene visto che l’intimità e l’amore non-condizionale che sono stati sempre cercati sono proprio qui.

E allora l’intero paradosso della non-dualità viene risolto e viene visto che in realtà non c’era mai stato un paradosso.. E’ la danza divina, è l’intrattenimento cosmico, è Lila, è il nulla che è ogni cosa. E nel vedere questo con chiarezza tutte le domande si dissolvono e quello che rimane non hai modo di conoscerlo.

Sì, tutto finisce nel mistero, nell’amore assoluto. Come posso  comunicarti questa intimità e questa libertà, questa pace e vuoto e pienezza di essere semplicemente seduto su una sedia, proprio adesso? O di respirare, o dei suoni che accadono.

E così il paradosso viene risolto qui nella semplicità assoluta e nella meraviglia di quello che è. Nell’accadere del respiro, nei rumori della stanza, nel tepore della mia tazza di tè, nel crocchiare dei biscotti, nelle briciole che cadono sui pantaloni. La ricerca di una vita finisce qui e c’è solo gratitudine per la tazza di tè, per i biscotti, per questo, così com’è. Nessuno beve il tè, nessuno mangia i biscotti e nessun scrive queste parole, eppure, che miracolo è tutto questo, e come sono stato pazzo e innocente nella mia pazzia cercando qualcosa di più di questo, quando ogni cosa di cui avevo bisogno era proprio qui.

Proprio qui nel posto dove non sono.

Jeff Foster (da Un’assenza straordinaria)

Come il pensiero influenza il Dna – Bruce Lipton

Durante il periodo in cui Bruce Lipton lavorava come ricercatore e professore alla scuola di medicina, fece una sorprendente scoperta sui meccanismi biologici attraverso i quali le cellule ricevono ed elaborano le informazioni: infatti, piuttosto che controllarci, i nostri geni sono controllati, sono sotto il controllo di influenze ambientali al di fuori delle cellule, inclusi i pensieri e le nostre credenze. Questo prova che non siamo degli “automi genetici” vittimizzati dalle eredità biologiche dei nostri antenati.

Siamo, invece, i co-creatori della nostra vita e della nostra biologia.

Lipton descrive questa nuova scienza, chiamata epigenetica, nel suo libro “The Biology of Belief: Unleashing the Power of Consciousness, Matter and Miracles” (N.d.T.: Biologia delle Credenze: Liberare il Potere della Consapevolezza, della Materia e dei Miracoli) (2005: Mountain of Love/Elite Books). Pieno di citazioni e riferimenti di altri scienziati che conducono, in tale campo, ricerche all’avanguardia, questo libro potrebbe, letteralmente, cambiare la vostra vita al suo livello più fondamentale.

Fino alla scoperta dell’epigenetica, si credeva che il nucleo di una cellula, contenente il DNA, fosse il “cervello” della cellula stessa, del tutto necessario per il suo funzionamento. Di fatto, come hanno scoperto Lipton ed altri, le cellule possono vivere e funzionare molto bene anche dopo che i loro nuclei siano stati asportati. Il vero “cervello” della cellula è la sua membrana, che reagisce e risponde alle influenze esterne, adattandosi dinamicamente ad un ambiente in perpetuo cambiamento. Che cosa significa questo per noi, quali collezioni di cellule chiamati esseri umani? Man mano che incrociamo le diverse influenze ambientali, siamo noi a suggerire ai nostri geni cosa fare, di solito inconsciamente. I carboidrati ci fanno ingrassare? Sì, se lo crediamo. Saremo amati, avremo successo nel lavoro, saremo ricchi? Se ci crediamo, lo saremo.

Lipton ci mostra anche come Darwin avesse torto. La competizione non è la base dell’evoluzione; non è la sopravvivenza del più forte che ci permette di sopravvivere e prosperare. Al contrario, dice, dovremmo leggere l’opera di Jean-Baptiste de Lamarck, che venne prima di Darwin e dimostrò che la cooperazione e la comunità sono la base della sopravvivenza. Immaginate se ciascuna dei vostri trilioni di cellule decidesse di farcela da sé, di combattere per essere la regina della collina piuttosto che cooperare con le cellule compagne. Per quanto sopravvivereste ?

L‘INTERVISTA:

Barbara Stahura: La premessa di base della tua ricerca e del tuo libro, The Biology of Belief, è che il DNA non controlla la nostra biologia.

Bruce Lipton: Sì. Ho cominciato a studiare questo, verso la fine degli anni ’60. Da allora la scienza di frontiera ha iniziato a rivelare tutte le cose che avevo osservato. I biologi che fanno ricerca d’avanguardia sono a conoscenza di ciò che dico nel libro. Il pubblico, però, non ne ha comprensione alcuna perché, o gli arriva in forma abbreviata, o quello che gli viene venduto è la credenza che siamo controllati dai nostri geni, sebbene ciò non sia sostenuto dalla scienza d’avanguardia. Tutto il mio sforzo si è concentrato nel far giungere al mondo l’informazione d’avanguardia. L’orientamento mentale del pubblico è stato programmato secondo la credenza che siamo degli automi genetici, che i geni controllano la nostra vita, che ne siamo vittime, e via di seguito. Il punto, però, è che la scienza di frontiera – quella di cui parlo – si è stabilizzata da almeno 15 anni. È ora che sia portata nel mondo perché è lì che viene usata.

BS: Questa scienza relativamente nuova sulla quale tu scrivi viene chiamata epigenetica.

Ci spiegheresti di che cosa si tratta?

BL: L’epigenetica è quella scienza che mostra che i geni non si auto-controllano, ma sono controllati dall’ambiente. Si sa da circa 15 anni, e ora fa finalmente fa capolino da dietro l’angolo. Ti faccio un esempio. La Società Americana per il Cancro ha recentemente pubblicato una statistica che afferma che il 60 per cento dei tumori sono evitabili, cambiando stile di vita e dieta. Quest’informazione proviene da un’organizzazione che ha cercato per circa 50 anni i geni del cancro. E ora se ne viene fuori dicendo: è lo stile di vita, non sono i geni. Ci siamo focalizzati sul cancro come se fosse una questione genetica, ma solo il cinque per cento dei cancri ha una connessione genetica. Il novantacinque per cento dei cancri in effetti non ha nessuna connessione coi geni. La ragione (che ci fa dire che c’è una connessione genetica) è che tale spiegazione è fisica, tangibile, perciò preferiamo lavorare su di essa. E il 95 per cento che ha un cancro e non c’è una connessione genetica? Non è facile fare esperimenti su qualcosa sulla quale non puoi focalizzarti fisicamente.

BS: Così il determinismo genetico – l’idea che siamo controllati dai nostri geni – è inevitabilmente incrinata, come dici nel libro.

BL: Sì.

BS: Hai scritto anche di Jean-Baptiste de Lamarck e della sua teoria dell’evoluzione – che sopravviviamo attraverso la cooperazione, piuttosto che la più recente idea darwiniana di competizione e sopravvivenza dei più forti. Che tutti i nostri trilioni di cellule devono cooperare per mantenere il nostro corpo in perfetto funzionamento, in quanto noi esseri umani non possiamo sopravvivere senza grandissime quantità di cooperazione gli uni con gli altri e con il nostro ambiente.

BL: Immediatamente, appena hai detto cooperazione, stavi violando la teoria darwiniana, che è competizione e lotta. Di fatto, si tratta di un’interpretazione erronea. La nuova scienza ci dice che quella credenza è sbagliata. La credenza di cui hai appena parlato, invece – la natura della cooperazione e della comunità – è in effetti il principio basilare dell’evoluzione.

Nel 1809 Lamarck ha scritto che i problemi che tormenteranno l’umanità verranno dal suo separarsi dalla natura, e ciò condurrà alla distruzione della società. Aveva ragione, perché la sua enfasi sull’evoluzione era che un organismo e l’ambiente creano un’interazione cooperante. Se volete capire il destino di un organismo, dovete capire la sua relazione con il suo ambiente. Poi ha affermato che separarci dal nostro ambiente significa assumere la nostra biologia e tagliarci fuori dalla nostra sorgente. Aveva ragione. E quando arrivi a capire la natura dell’epigenetica, la sua teoria ora ha trovato sostanza. Senza alcun meccanismo che, all’inizio, le desse un senso – e specialmente da quando abbiamo comprato il concetto dei biologi neo-darwiniani che affermano che tutto è controllato geneticamente – Lamarck sembrava stupido. Ma sai cosa? Aveva proprio ragione.

BS: La tua dimostrazione che il “cervello” della cellula non è il DNA ma, bensì, la sua membrana è affascinante. Che significato ha questa scoperta riguardo a ciò che pensiamo di noi stessi e della nostra vita, dal momento che siamo proprio una comunità di cellule?

BL: Se due cellule si uniscono e stanno comunicando, useranno i loro “cervelli” per farlo, giusto? E se dieci cellule si uniscono, useranno i loro cervelli affinché la loro comunicazione reciproca abbia un senso. Quando prendi un insieme di un trilione di cellule, come in un cervello umano, queste opereranno ancora secondo il principio del cervello cellulare. Beh, quando abbiamo comprato l’idea che i geni ed il nucleo formano il cervello della cellula – che ci porta fuoristrada – e la applichi come fosse un principio di neurologia o di neuro-scienza, ti sei già incamminato nella direzione sbagliata. Non puoi arrivare da nessuna parte perché quello non è il cervello della cellula. I nostri principi su come funziona l’intelligenza sono stati totalmente sviati. Ecco perché, dopo tanta neuro-scienza, se chiedi a qualcuno: “come funziona, veramente, il cervello?” La risposta sarà: “veramente, non lo sappiamo”.

Il Progetto Genoma Umano dice che quel modello è sbagliato. Pensavamo che ci volessero più di 100.000 geni per far funzionare un essere umano. Il fatto che ce ne siano meno di 25.000 ha messo un bastone tra le ruote dell’intero processo. Come può esserci un tale esiguo numero di geni a formare una cosa così complessa come un essere umano? La risposta è che ci vuole molto di più dei soli geni a farlo funzionare – che è l’apporto dall’ambiente che può alterare la lettura dei geni.

Ci sono 140.000 proteine in un corpo umano, e si credeva che ciascuna richiedesse un gene separato per prodursi. Di colpo, trovi che ci sono 25.000 geni e 140.000 proteine, e non ci siamo con i numeri. L’epigenetica rivela qualcosa di così sorprendente che la scienza stessa ha dei problemi a comprendere la forza di questo nuovo significato, e suona così: con il controllo epigenetico, che significa il controllo mediato dall’ambiente, un singolo gene può essere usato per creare 2000 o più proteine diverse dalla stessa matrice. Il controllo epigenetico è come un lettore che può leggere l’impronta originaria e ristrutturarla per produrne qualcosa di diverso. Ed ecco come un singolo gene può essere usato per creare molti prodotti proteici differenti. Non è stato il gene che ha prodotto ciascuna proteina, è stato il controllo epigenetico che l’ha fatto, e questo è il feedback diretto dall’ambiente. Ci allontana da quel meccanismo che dice che siamo solo macchine.

BS: E ci dice invece che non siamo vittime. Siamo co-creatori.

BL: Assolutamente.

BS: Per tanti l’idea che siano i nostri pensieri a creare la realtà, che è quello su cui si basa la Scienza Religiosa e altre tradizioni metafisiche e spirituali, è un’idea puramente spirituale. Ma la fisica quantistica ha aggiunto all’idea, il fatto scientifico. E ora, il tuo lavoro e quello di altri porta quel concetto a livello delle cellule. Che lo rende in qualche modo più reale, più tangibile.

BL: Se si definisce lo spirito più o meno su questi parametri si potrebbe ottenere una definizione del tipo “una forza motrice invisibile.” Se definisco la natura della meccanica quantistica, è una forza motrice invisibile. Di fatto afferma: “Sì, ci sono forze invisibili che modellano la nostra esistenza”. Poiché la nostra biologia è tradizionalmente basata su un concetto newtoniano e materialistico, la natura di quel sistema è di considerare le forze invisibili come non rilevanti. Però, quello che la meccanica quantistica ha stabilito è che le forze motrici invisibili sono tutto. Perciò, se la nostra scienza non si adatta alla nuova fisica, sta di fatto ostacolando il progresso in evoluzione. Quando si introducono nuove forze, si deve dar loro nuovo credito, e quando lo si fa, i ricercatori spirituali saltano su e dicono: lo sapevo! E i fisici quantistici saltano su e dicono, lo sapevo! Stiamo sempre parlando della stessa cosa. Se lo ammettessimo, l’opportunità di unione diventa così tangibile che è quasi fisica. Sì, possiamo sentirla! Ora possiamo essere tutti d’accordo. Tu la chiami come vuoi, io la chiamo come voglio. Ma siamo tutti governati da queste forze invisibili.

BS: Ho letto una tua intervista nella quale hai affermato, “piuttosto che esser vittime dei nostri geni, lo siamo stati delle nostre percezioni.” Puoi aggiungere qualcosa su ciò che significa essere una vittima delle nostre percezioni?

BL: In un certo senso, sappiamo attraverso lo studio della membrana cellulare, attraverso lo studio dell’epigenetica, che questo è fondamentale. L’epigenetica dice che i segnali ambientali influenzano l’espressione genetica, e questi segnali ambientali talvolta sono diretti, e tal’altra sono interpretazioni, quando per es.le percezioni diventano credenze. Così, ho una credenza su qualcosa, che è una percezione, e aggiusto la mio biologia a quella particolare credenza. Come col cancro terminale, se credo a quello che i medici mi dicono, lo loro diventa una vera e propria predizione. Se dicono che ho il cancro terminale e sono d’accordo, allora essenzialmente morirò quando, a detta loro, accadrà. Quali sono le persone che non lo fanno? I casi di “remissione spontanea.” Almeno una persona, scommetto, non ha “comprato” quella diagnosi. E la sola ragione per la quale ne sono usciti è che avevano un altro sistema di credenze completamente diverso, e quindi sono stati capaci di cambiarlo.

BS: Come possiamo cambiare le nostre percezioni o credenze fino a quel punto?

BL: La prima cosa è acquisire le nuove percezioni di come funziona la vita. Lasciare andare o riconsiderare le percezioni con le quali ci siamo formati, che, inevitabilmente, sono vittimizzanti: sono fragile, l’ambiente mi può attaccare, lo zucchero fa male. Queste sono credenze acquisite. Ma la questione è, sono veramente vere? Sono vere se questo è ciò che credi, dal momento che la percezione governa la biologia. Se sono programmato dalla percezione che lo zucchero è dannoso alla mia biologia e lo mangio, allora essendone a conoscenza intossico il mio sistema con la credenza, non con lo zucchero. La maggior parte di queste percezioni si manifestano come credenze limitanti o auto-sabotanti su quello che possiamo o non possiamo fare. Come l’auto-guarigione. La tendenza è, no, non ti puoi guarire da solo, devi andare da qualcun altro che ti guarirà. Santo cielo! Dopo parecchi miliardi di anni di evoluzione, il sistema fu progettato per auto-guarirsi. Per quanti milioni di anni gli esseri umani hanno fatto senza medici? Perché abbiamo bisogno di così tanti medici ora? Perché la percezione è che siamo deboli e fragili, ed abbiamo bisogno del loro aiuto. Bene, questa è una percezione. Quando eliminiamo questa percezione ed iniziamo ad immettere nuove percezioni, allora cambiamo la risposta della nostra biologia al mondo che ci circonda.

Man mano che cambiamo le nostre percezioni, cambiamo le nostre risposte. Le percezioni con le quali operi – ti danno sostegno o te lo tolgono? Ti rendono più forte o più debole?

“Ognuno di noi ha le potenzialità per creare

una vita piena di salute,

felicità e amore.

Anche tu puoi cambiare ed essere non più vittima,

ma creatore!”

Queste percezioni sono nel subconscio, che controlla il 95 per cento della nostra vita. E, quando lo fa, lo fa senza che noi ce ne accorgiamo. Non vediamo di fatto i programmi che sono automatici. Funzionano perché il conscio è occupato, ed i programmi automatici ne prendono il posto. Quando il conscio è occupato a fare qualcosa, non sta osservando se stesso. Ci sono due fattori che ci aiutano a capire questo. Uno, la mente cosciente opera con un processore da 40 bit, che significa che può interpretare ed elaborare 40 bit di stimoli nervosi – un bit è uno stimolo nervoso – al secondo. Il che significa che entrano 40 stimoli al secondo e la mente cosciente li discerne e li capisce. La mente subconscia in quello stesso secondo sta elaborando 40 milioni di bit. Da rilevare: se confronto l’elaborazione della mente conscia con quella subconscia, la subconscia è un milione di volte più potente nell’elaborare informazioni. Elemento numero due: i neuroscienziati cognitivi dicono che il 5 per cento del nostro comportamento giornaliero è controllato dalla nostra mente cosciente ed il 95 per cento dal programma subconscio. Perciò nella nostra esistenza quotidiana, la mente subconscia è la fonte più potente della nostra biologia. La mente subconscia è un nastro registratore. Non c’è nessuno lì. È praticamente un congegno di stimolo-risposta. Non c’è bisogno di esserne coscienti. Voi ve ne andate in giro per il mondo, e farà quello che deve fare senza che dobbiate pensarci.

Quando la mente cosciente è occupata, non sta osservando il subconscio. Ed il subconscio è composto dai programmi fondamentali che abbiamo ricevuto dagli altri nei primi sei anni. Mentre si vive la vita con le nostre intenzioni e i desideri della mente cosciente, il 95 per cento del comportamento viene dalla mente subconscia, che è stata programmata da altri.

E la maggior parte di tale programmazione è veramente limitante. Non ti puoi guarire da solo, non sei abbastanza intelligente, non ti meriti le cose buone, non sei bravo in disegno o quello che è. Queste affermazioni diventano programmi subconsci, che si attivano quando non faccio attenzione. La mente cosciente nella maggioranza è occupata a pensare al futuro o al passato. E se il conscio è occupato in questo, nel momento presente, si è veramente guidati dal subconscio. Il vostro cosciente è occupato a cercare di pensare: “Mi merito un aumento e di certo dovrei salire di grado in questa ditta.” Mentre lo fate di certo, state operando dal subconscio, e quello ha un programma che afferma che non vi meritate le cose. Qual è allora l’espressione del vostro comportamento? Il comportamento che è coerente con “Non mi merito.” Ciò significa che farete degli errori o altro che renderanno legittimo che non vi meritiate le cose. Non ve ne rendete conto perché non l’avete visto all’opera, e diventate frustrati riguardo la vostra vita perché ci provate così tanto ad avere successo e non andate mai da nessuna parte. E poi, ovviamente, la tendenza è, non sei tu, è il mondo ad ostacolarti. La grande e bizzarra sorpresa è che il mondo vi darà qualsiasi cosa. E’ il vostro stesso sé che è d’intralcio.

BS: Come facciamo a vincere l’opposizione della nostra programmazione subconscia?

BL: Diventane cosciente. Ci sono un paio di modi di farlo. Il modo più antico è quello dell’attenzione Buddhista. Se sei cosciente di essere qui in questo momento, mentre fai questo stupido errore, osservi l’errore, e potresti rimediarlo. La consapevolezza,però, è una cosa molto difficile da addestrare, ed è anche un processore da 40 bit che cerca di far funzionare completamente il processore da 40 milioni di bit. Perciò, per la maggior parte della gente è una procedura molto difficile perché le loro vite sono così indaffarate e sono talmente occupati che non riescono a prendere atto di ciò.

L’altro modo è, puoi ritornarci dentro e riscrivere il programma, ma ci sono due cose che devi fare:

A) Identificare il programma, e

B) Eseguire una procedura per riscriverlo.

Quello che riflette è qualcosa alla quale la maggior parte della gente non ha fatto attenzione e è da dove vengono la maggior parte dei problemi. Pensano che possono semplicemente parlare alla mente subconscia e che questo la migliorerà. Ma la mente subconscia è un nastro registratore. Mettete un nastro nel vostro mangiacassette, accendetelo, e poi ditegli di riprodurre qualcosa di diverso. Il fatto è, che lì, non c’è nessuno. Non farà niente. Ed il potere del pensiero positivo – la maggior parte della gente dice, il potere del pensiero positivo! Provalo! E quando non funziona si sentono peggio perché non possono neanche fare quello. Perché non funziona? Perché se il programma subconscio non è allineato con la direzione conscia, allora si ha un programma che funziona su un processore di 40 milioni di bit 95 per cento del tempo, che vi tira giù mentre voi impiegate il 5 per cento del vostro tempo nella vostra immaginazione pensando pensieri positivi, mentre il vostro subconscio sta conducendo lo spettacolo e sabotandovi proprio nel bel mezzo dei vostri pensieri positivi.

Il pensiero positivo funziona solo se le credenze nel subconscio sono in linea con esso, o se siete completamente attenti. Se siete totalmente attenti ed usate quel desiderio di essere positivi e far funzionare le cose, allora vi accorgerete quando il vostro subconscio sta facendo andare un nastro e voi potete cancellarlo. Ma se non siete attenti e pensate solo pensieri positivi, allora non state conducendo lo spettacolo. Da qui vengono i conflitti. E, ovviamente, se voi foste così positivi nella vostra mente e pensaste che state conducendo lo spettacolo e pensando che non funzioni, ovviamente il mondo vi è contro. No, il mondo non vi è contro, sono i programmi limitanti ed auto-sabotanti che acquisiamo in gioventù. Qui è dove dobbiamo azzerarci.

Bruce Lipton

Articolo originale: http://www.scienzaeconoscenza.it

Chi sei veramente? – Gangaj

Ogni pensiero che hai avuto su te stesso, per quanto ridimensionato o esagerato, non è chi tu sei.
É semplicemente un pensiero. La verità su chi tu sia non può essere pensata, perchè è la fonte di tutti i pensieri.

La verità su chi tu sia non può essere nominata o definita. Parole come, anima, luce, Dio, verità, io, consapevolezza, l’intelligenza universale, o divinità, mentre sono in grado di evocare la beatitudine della verità, sono estremamente inadatte a descrivere l’immensità di chi sei veramente.
In qualsiasi modo ti identifichi: come un bambino, un adolescente, una madre, un padre, una persona anziana, una persona sana, una persona malata, una persona sofferente, o una persona illuminata – sempre, dietro a tutto ciò, si trova la verità su te stesso.
Non ti è estranea.

É così vicina a te che non riesci a credere che sia tu.
La verità su chi tu sia è inalterata da qualsiasi concetto di te stesso, che tu sia ignorante o illuminato, indegno o grandioso.
La verità su chi tu sia è libera da tutto ciò.
Sei già libero e tutto ciò che blocca la tua realizzazione di tale libertà è il tuo attaccamento ad alcuni pensieri su chi tu sia. Questo pensiero non ti impedisce di essere la verità di chi tu sia. Lo sei già. Ti separa dalla realizzazione di chi tu sia.

Ti invito a lasciare che la tua attenzioni si tuffi in ciò che è sempre stato lì, aspettando apertamente per la sua auto-realizzazione.

Chi sei, veramente? Sei qualche immagine che appare nella tua mente? Sei qualche sensazione che compare nel tuo corpo? Sei qualche emozione che passa attraverso la tua mente ed il tuo corpo? Se qualcosa che qualcun’altro ha detto che tu sia, o sei la ribellione contro qualcosa che qualcun’altro ha detto che tu sia?
Queste sono alcune delle tante vie della misidentificazione.
Tutte queste definizioni vanno e vengono, nascono e poi muoiono.
La verità su chi tu sei non va e viene.
É presente prima della nascita, durante l’arco di una vita, e dopo la morte. Scoprire la verià su chi tu sia non è solo possibile, è un tuo diritto di nascita.
Qualsiasi pensiero che questa scoperta non faccia per te, ..ora non è il momento, non ne sei degno, non sei pronto, sai già chi sei .., sono solo trucchi della mente.

É tempo di vagliare questo io-pensiero e vedere quale valore abbia veramente.
In questa disamina, c’è un apertura per l’intelligenza cosciente affinchè tu lo possa finalmente riconoscere.
La domanda più importante che tu ti possa mai chiedere è: Chi sono? In un certo modo, questa è stata una domanda implicita attraverso ogni stadio della tua vita.
Ogni attività, individuale o collettiva, è motivata nel profondo da una ricerca dell’auto-definizione.

Tipicamente, cerchi una risposta positiva a questa domanda e fuggi dalla risposta negativa.
Una volta che questa domanda diventa esplicita, lo slancio ed il potere della domanda dirigono la ricerca per la vera risposta, che è aperta, viva, e piena di intuizioni sempre più profonde.
Hai vissuto entrambi il successo ed il fallimento. Ad un certo punto, prima o dopo, ti rendi conto che “chi sei”, comunque si possa definire, non è soddisfacente. A meno che questa domanda non sia stata risposta veramente e non risposta convenzionamente, avrai ancora fame di sapere.
Perchè non importa come tu sia stato definito dagli altri, in buona fede o no, e non importa come tu abbia definito te stesso, nessuna definizione può portare una certezza duratura.
Il momento in cui si realizza che nessuna risposta ha mai soddisfatto questa domanda è cruciale.
Spesso viene riferito come il momento di maturazione spirituale, il momento di maturità spirituale. A questo punto, puoi consciamente ricercare chi tu sia veramente.
Nel suo potere e semplicità, la domanda “Chi sono io?” riporta la mente all’origine dell’identificazione personale, la cui ipotesi base è: io sono qualcuno. Piuttosto che prendere automaticamente per vera tale ipotesi, puoi indagare più profondamente.
Non è difficile vedere che questo pensiero iniziale, “io sono qualcuno”, porta a svariate strategie: ad essere un qualcuno migliore, un qualcuno più protetto, un qualcuno con più piacere, più benessere, più successo.
Ma quando questo pensiero molto basilare viene messo in dubbio, la mente incontra l’Io, considerato separato da ciò che stava cercando.
Ciò viene detto auto-indagine.
Tale semplice domanda, “Chi sono?”, è quella ignorata più spesso.
Passiamo la maggior parte dei nostri giorni convincedo noi stessi o altri che siamo qualcuno di importante, qualcuno di inutile, grande, piccolo, qualcuno giovane, qualcuno vecchio, senza mai mettere veramente in dubbio questa basilare ipotesi: Chi sei, veramente? Come fai a sapere: tu sei quello? É la verità? Veramente?
Quando sposti la tua attenzione verso la domanda: Chi sono? forse vedrai un’entità che ha la tua faccia ed il tuo corpo.
Ma chi è consapevole di quell’entità? Tu sei l’oggetto o sei la consapevolezza dell’oggetto? L’oggetto va e viene. Il genitore, il bambino, l’amante, l’abbandonato, l’illuminato, il vittorioso, lo sconfitto. Queste identificazioni vanno e vengono.
La consapevolezza di queste identificazioni è sempre presente. La misidentificazione consapevole di te stesso come qualche oggetto porta ad estremo piacere o estremo dolore e cicli infiniti di sofferenza.
Quando sei disposto a fermare la misidentificazione e scoprire direttamente e completamente che tu sei la consapevolezza stessa e non queste definizioni temporanee, la ricerca di te stesso nel pensiero finisce.

Quando la domanda “Chi?” viene seguita innocentemente, puramente, fino alla sua origine, si incontra un’enorme, stupefacente realizzazione: non c’è nessuna entità!
C’è solamente una consapevolezza indecifrabile e senza confini di te stesso come inseparabile da qualsiasi altra cosa.
Sei libero. Sei il tutto. Sei infinito. Non hai un fondo, non hai confini. Qualsiasi idea di te stesso appare dentro di te e scomparirà dentro di te.
Sei consapevolezza, e consapevolezza è coscienza. Lascia che tutte le auto-definizioni muoiano in questo istante.
Lasciale andare, e osserva ciò che rimane. Osserva ciò che non è mai nato e che non muore. Senti il sollievo di abbandonare il fardello della definizione di te stesso.
Sperimenta l’effettiva non-realtà del fardello.
Sperimenta la gioia che si trova qui. Giaci nella pace infinita della tua vera natura prima che sorga alcun pensiero dell’io.”

Gangaji

La libertà oltre la ricerca – Karl Renz

D: E’ il cercatore in me che decide di cercare, di conoscersi?

K.R.: Il cercatore non può nemmeno decidere cosa cercare. Tu non hai il libero arbitrio per poter decidere cosa cercare o non cercare. Non puoi volere ciò che vuoi. Einstein ha detto: “La sola ragione per la quale posso sopportare gli esseri umani, è che non possono volere ciò che vogliono”. Perché il momento seguente, qualunque sia il desiderio che si manifesta, è già presente. Non c’è niente di nuovo. Quel pensiero “io” si impossessa dell’idea di ricerca come se fosse sua, ma quell’idea è già lì. Non c’è un cercatore, non c’è mentale. Il ricercatore e il mentale sono loro stessi dei pensieri. Il pensiero è una finzione e una finzione non può crearne un’altra, un’immagine non può crearne un’atra. Tutto viene da quella sorgente assoluta, che non può essere immaginata, ma quella sorgente assoluta non ha direzione. E’ la libertà. Però il pensiero “io” cerca di intraprendere una ricerca spirituale, ma anche quello è falso e fa parte della realizzazione. Le cose sono come sono, non c’è alcuna possibilità di cambiare nulla. Allora non rimprovero nessuno. Non c’è nessuno da rimproverare, ma se vuoi proprio rimproverare qualcuno rimprovera te stesso per tutto ciò che è e non è. Niente si è incarnato, niente è mai nato, dunque niente può morie. Niente è venuto, perciò niente può partire, è il significato di “Non è mai accaduto niente” Nessuno si è mai incarnato. Perfino questo samsara è infinito come quello di cui è fatto. Di momento in momento contempli la tua natura infinita e non puoi cambiarne nessun aspetto, perché ogni aspetto è assoluto come tu sei. Allora sii Quello che si realizza in quello che è la realizzazione perché non c’è alcuna differenza. E’ Quello il silenzio e la pace che cerchi. Tutto il resto è  la guerra, la guerra contro te stesso, perché non c’è un secondo sé. In effetti, è stupido, ma ti piace questa lotta. Ma se tu ti uccidi, nessuno è ucciso, perché non puoi uccidere chi non è mai nato. In tutta questa carneficina, tutto questo mondo di bene e di male, siccome niente è nato, niente è ucciso. Lascia dunque il mondo occuparsi del mondo, è sicuramente in buone mani, le tue. In realtà non puoi fare niente, non puoi nemmeno cambiare il sogno che hai già sognato. Allora rilassati e divertiti, perché nessun altro sè si divertirà per te al posto tuo.

La ricerca è importante solo perché pensi che c’è e che farà una differenza per ciò che sei. Vedi che tutte le differenze vanno e vengono, e che tutte le differenze non cambieranno mai ciò che tu sei. Allora chi se ne preoccupa?

Dapprima, tu credi a questa sciocchezza: voler sapere chi sei. Poi scopri che non potrai mai esserlo. Finisci per rassegnarti e ti ritiri dal gioco. E’ la rassegnazione totale! Il solo modo di uscirne da tutta quella miseria, falsità sofferenza è di essere ciò che è, molto semplicemente. Quando non resta nessuna speranza che questo abbia mai fine, non c’è più inizio e nessuno che si preoccupa  e, in questa noncuranza, tu ridiventi ciò che sei, la pace stessa! Il silenzio assoluto che non è mai nato e non morrà mai, in nessun modo. E’ l’innocenza assoluta.

Spero che questo non sia chiaro.

Quando parlo in tedesco dico: “ Spero che tu abbia ucciso con delle parole ciò che può essere ucciso con delle parole!”

Ma le mie parole non potranno mai uccidere ciò che sei. Le parole non servono che a uccidere ciò che può essere ucciso. Forse semineranno ancor più confusione e forse avrai l’esperienza assoluta nonostante questa totale confusione? Tu sei eternamente ciò che sei, in nessun caso a causa di una ricerca, di un concetto, di una idea qualunque. Tu sei malgrado tutta questa confusione. Ora la confusione è il paradiso e questa non conoscenza assoluta è l’assenza totale di colui che conosce o non conosce. Questo silenzio si chiama felicità, la felicità non condizionata, indipendente da colui che può essere felice o infelice. L’assenza di una idea di te, questa nudità, si chiama gioia. E’ la gioia del sonno profondo; risvegliandosi da un sonno profondo, tutti dicono: “Oh, era stupendo, non so cosa è successo, niente è successo ma era… divino!” Non ti risvegli mai, non ti addormenti mai, perché sei Quello che non si sveglia mai, che non dorme mai, ciò in cui appaiono tutti I sonni e tutti I risvegli. Sei inesauribile, non hai bisogno di dormire e chi ha bisogno di dormire, lascialo dormire, lascia che si svegli, lascia che si occupi di ciò che ha da fare. Tutto è già fatto, allora che fare? So che è molto difficile vedere che questa inutilità è la felicità, il paradiso. La mente non lo può accettare, tenterà senza posa di andare ad incontrarla, perché nel paradiso non può esistere, non ha più lavoro. E’ allora che si produce la resistenza, perché ha bisogno di sentirsi utile, d’essere attiva. Così lasciala lavorare ma tu, tu sei l’inutilità.

D: Per essere bisogna non fare niente?

R: quando lo stomaco vuole digerire, tu non gli dici:” smetti di digerire” La testa è proprio come un secondo stomaco. Lascia che  lavori chi vuole lavorare, chi se ne importa? Invece tu, tu sei il più pigro dei pigri. Tu non hai mai fatto niente, tu sei Il Silenzio stesso, che è la pigrizia stessa. Lascia lavorare  chi può lavorare, ma conosci te stesso attraverso quella pigrizia  che non fa mai niente, che non fa mai nemmeno niente. E’ la nudità stessa e per l’essere niente non deve venire né andare. Tutte le vecchie conoscenze, tutte le nuove invecchieranno, spariranno, ma non ciò che tu sei.

Tu sei l’essenza di sforzo. Niente può superare la pigrizia che sei, essa è incomparabile. Sei la pigrizia assoluta, il paradiso. Non hai bisogno di cercare né di sforzarti di raggiungerla, tu lo sei, per natura, che ti piaccia o no. E la tua natura non dipende dal fatto  che ti piaccia o no. Anche se non ti piace, tu sei Quello, allora siilo. Non è così terribile e nemmeno straordinario, è com’è.

Anche chi lavora non fa niente, perché niente è mai stato fatto da nessuno. Anche alzare il mignolo è fatto dalla totalità di questo sono.

Non c’è stato mai nessuno che ha fatto alcunché. Senza la totalità di quella coscienza assoluta, di quella energia, tu non potresti nemmeno aprire gli occhi. Lascia lavorare Quello, Quello che è la coscienza. Sii senza energia, semplicemente, ma sii ciò che è l’energia , che non fa mai niente.

Per essere Quello, devi abbandonare tutto ciò che non è te, specialmente questo possessore. Senza l’idea di possesso, tutto cade, il ricercatore, la ricerca e il resto, per non lasciare che la libertà.

Proprio lasciando questo piccolo “me”, questo  “a me”, questo “mio”.

Ma non è perché vuoi che cada che cadrà. E’ perché devi essere ciò che sei, che questo “me” sia presente o no. Non dipendi in nessun caso dall’assenza o dalla presenza di un fantasma.

ripeto, sii ciò che sei, che questo fantasma vada o resti. Questo fantasma è come un inquilino che vive attraverso te,  ma tu, tu non vivi attraverso lui, tu sei la casa stessa. Questo inquilino, che si sveglia  al mattino e dorme la sera, non paga mai l’affitto. Non dar retta a lui, non ascoltare le sue promesse: “Pagherò domani. Se mi dai più attenzione, ti darò più felicità”. Non manterrà mai la parola, sono promesse vane  della coscienza, che giura senza posa di farti più felice se le dai più retta.”Sii più serio, più impegnato nella ricerca, persevera e otterrai un risultato. Ancora uno sforzo e ti offrirò l’intero universo”. E’ quella che si chiama la tentazione di Cristo, il diavolo promette la felicità in questo mondo. “Tu sarai il re dell’universo!”. Ma poiché tu sei già il mondo, come potresti, controllando il mondo, avere di più, diventare di più?

Metti la tua attenzione assoluta su ciò che è qui e ora, essendo assolutamente ciò che è il momento. Non tentare di uscirne, di scappare, di evitarlo, perché quando la tua attenzione è assoluta, tu sei ciò che è qui-ora. Tu sei assolutamente ciò che è, e non “può essere”. Le tue idee ti portano altrove, in un’altra dimensione, nella speranza d’ottenere qualcosa nel futuro. Non c’è un momento “prima” né “dopo”. Non c’è che qui-ora infinito, assoluto ed è presente perché ci fai totalmente attenzione. Niente prima, niente dopo.

D: Ma l’attenzione crea il tempo.

R: No, il tempo non può essere creato.

D: Il tempo è pur creato dalla coscienza.

R: No, non c’è mai il tempo.

D: Quando la coscienza crea il tempo, l’illusione sorge ed è già troppo tardi.

R: Non è mai tropo tardi. Per chi? No, non c’è nessun pericolo in niente. C’è bisogno di qualcuno per poter essere in pericolo. Nessun pericolo.

D: Non è essenziale diventare cosciente di ciò che sono?

R: La questione è: tu hai una coscienza o è la coscienza che ti ha? Tu possiedi la coscienza o è lei che ti possiede? Il me è l’idea che esiste un possessore che ha una vita, un corpo-organismo. Arriva persino a pensare che ha una coscienza, come la “mia” coscienza o la “mia” ricerca, ma non è che un sogno. La coscienza possiede tutto ciò che puoi immaginare. L’idea che tu possiedi qualcosa è falsa. Non c’è qualcosa come la “mia” coscienza, perché la coscienza non può essere posseduta da nessuno. La coscienza  è qui-ora. E’ la totalità della coscienza che  realizza esso stessa di momento in momento. L’essenziale è che non c’è “mio”. Niente “mia” coscienza, “mia” ricerca, “mia” azione. Tutte le idee di fare o non fare vengono da quella stessa sorgente così come la coscienza.

D: Allora fare o non fare è lo stesso?

R: Questo viene dalla stessa sorgente, perché non puoi volere ciò che vuoi. Viene dallo stesso blu infinito, da quello stesso mistero dell’esistenza.

D: Ma dov’è la mia responsabilità?

R: Non c’è responsabilità relativa. Per ciò che sei, che è l’esistenza stessa, sei assolutamente responsabile di tutto ciò che è e non è. Ma in tutto questo non c’è responsabilità personale.  In quanto sei, sei assolutamente responsabile. E per ciò che sei, non c’è alcun problema. Questa idea di un “me” responsabile, che dubita di tutto ciò che fa o non fa, non è che un fantasma ansioso che non ha mai fatto niente. E’ perché sei responsabile che non lo sei. E’ molto facile addossarsi la responsabilità, ma del tutto impossibile essere responsabili non fosse che di alzare il mignolo. L’attenzione che dai a quel fantasma, i cambiamenti, le correzioni che vuoi fare, le buone azioni che vuoi compiere, tutto questo gli dà vita.

In verità, non c’è niente da risolvere, perché se l’esistenza ha bisogno che accada la minima cosa, quella libertà che tu sei  dipenderebbe da un’assenza; quella di un me, di problemi ecc.

Ma che sorta di libertà sarebbe se avesse bisogno dell’assenza di ciò che non è nemmeno presente?

Dipenderebbe ancora da qualcosa. Tu devi essere ciò che sei in ogni circostanza possibile o impossibile, e non in una qualunque assenza o un’armonia speciale, qualunque essa sia.

Quell’”io” che ha bisogno d’armonia e che si sfinisce per realizzarla, non può che raggiungere un’armonia temporanea. Essa sarà sempre effimera come l’”io”, perciò, tutto ciò che ne deriva, o sarà, tutta la felicità che puoi raggiungere in questa sedicente vita e che dipende da un “me” per chiamarla armonia, pace, tranquillità, è ancora una dipendente ed è effimera per natura.  Non soddisferà mai ciò che sei, non soddisferà mai il desiderio che hai di ciò che sei.

D: C’è una grande soddisfazione nel comprendere.

R: La comprensione è una soddisfazione per ciò che puoi chiamare il cervello, che è come uno stomaco che ha fame di comprensione. Dal momento che è nutrito dal comprendere, si distende per un po’, a volte a lungo, ma l’armonia che si basa sulla comprensione rischia sempre di ricadere nella fame.

Karl Renz

3ème Millénarie n. 72 – Traduzione della Dr.ssa Luciana  Scalabrini – prima parte

Da: http://www.revue3emillenaire.com/it/?p=338 http://www.revue3emillenaire.com/it/?p=342

Vita quotidiana e non dualità – Eric Baret

Come conciliare vita familiare, sociale, lavorativa con il concetto di non dualità? Ecco le risposte di Eric Baret.

D: Cosa intendete per spirito libero?

E.B.: Questo si riferisce a una mente libera dal passato e dal futuro. Non c’è intenzione, nessuna parte dove andare, nessun dinamismo. Il dinamismo è ciò che ci separa dall’ambiente. E’ una personalità che vuole arrivare da qualche parte. Nell’apertura, non c’è più dinamismo. E’ una sensibilità rispetto all’ambiente, e , poi, azione: ma non è più un’azione personale.

Uno spirito libero si riferisce specificatamente a questo stato senza attore, solamente azione. Gli avvenimenti accadono, ma non c’è più centro nell’azione.

D: Allora, non c’è più intenzione nell’azione?

E.B.: No.

D: Se non c’è più intenzione, com’è possibile vivere nella non-dualità, nella verticalità, e di adempiere anche alle proprie funzioni, di lavorare, occuparsi della famiglia, tutto ciò che, nella dualità, richiede intenzione, proiezione e realizzazione di cose materiali e concrete?

E.B: E’ il contrario. Se si vive nell’intenzione, non ci si può occupare della propria famiglia. Ci si occupa unicamente di se stessi. Ci si serve della famiglia per rassicurarsi. Si utilizza la propria moglie per avere piacere, si utilizzano i figli per sentirsi felici, si utilizza il proprio lavoro per darsi un’identità. Non si compie l’attività di cui ha bisogno il paese: si occupa la posizione che ci conviene. Non si fa ciò che è giusto per la propria moglie: si fa ciò che abbisogna perché la nostra donna faccia ciò che ci piace. Non si fa ciò che giusto per i nostri figli, ma eventualmente si spinge perché abbiamo successo perché questo ci soddisfa personalmente.

L’azione che scaturisce da una personalità, da un dinamismo non è mai funzionale. Ci si serve degli altri, non si fa che prendere, domandare. Gli altri diventano uno strumento per soddisfare l’ego, per creare la sicurezza. Ci si sposa per paura di vivere soli, per paura dell’insicurezza. Ci si serve del coniuge e, quando non ci da abbastanza sicurezza o apprezzamento, lo si getta via e se ne trova un altro, ecc. E’ un modo totalmente egoistico di pensare e di vivere. E’ impossibile, da quel punto di vista, compiere una qualunque azione positiva per chi ci circonda.

Solo il presentimento del silenzio al di là dell’attività, può condurre all’ascolto degli altri senza aspettarsi alcunché. Non si domanda più ai propri figli di diventare questo o quello, si ascoltano le loro capacità. Si fa ciò che è appropriato per la propria donna, senza domandarle di stimolare le nostre fantasie o di fare qualcosa per rassicurarci. A quel punto si può davvero diventare un buon cittadino, lavorare per il proprio paese o, se occorre, dare la propria vita per esso, occuparsi della propria famiglia ed essere funzionale in tutte le situazioni. Ma, da un punto di vista egoico, è impossibile. L’ego prende, utilizza e getta.

D: Come potrebbe un uomo d’affari conciliare questi punti i vista? Come fare Yoga al mattino e vivere la non-dualità, quando si vive nel mondo? Voi come fate?

E.B: Abbiamo parlato delle arti marziali. La base delle arti marziali è stimolare in noi la capacità di affrontare la situazione senza commento psicologico. Se qualcuno vi mette un coltello sotto la gola e c’è paura psicologica, voi vi metterete forse a correre inseguito da un attaccante che corre più veloce di voi. L’addestramento nelle arti marziali non consiste nel dirvi che cosa fare, che gesto compiere, ma come affrontare una situazione senza residuo affettivo; in quel momento il corpo, secondo le sue capacità, reagirà in modo chiaro. Molte persone si ritirano per vivere la vita monastica, dove ci sono poche perturbazioni esteriori. Là, si deve meditare e compiere un mucchio di strane attività che mirano a preservare il nostro piccolo confort psicologico. Ma quando un desiderio, una paura o un’emozione sorge, questo stato è turbato dall’emozione. Parliamo qui di un non-stato. Di ciò che è al di là di tutti i nostri stati percepiti, di un presentimento del silenzio, costantemente presente.

E’ la base della danza, della musica, di tutte le arti, di tutte le espressioni. Se un musicista non sentisse il silenzio, non potrebbe comporre. La base di tutta la musica e la danza, è questo presentimento, reso attuale, del silenzio. E’ questa tranquillità che permette all’espressione di manifestarsi. E’ questa assenza di paura che ci permette di combattere.

Per tornare al nostro esempio particolare: che al mattino pratichiate o no lo Yoga, non ha e non avrà mai nessuna importanza per quanto riguarda l’attuare la vostra libertà. Il presentimento del silenzio è con voi al mattino, con o sena meditazione e, prima o poi, questo resta con voi in tutte le attività della giornata. E di là che viene la chiarezza.

Se prendere un binocolo al contrario e guardate i vostri piedi, li vedrete molto chiaramente e molto lontano. Nello stesso modo, quando siete liberi da una situazione, lo vedete chiaramente. E questa sensazione di libertà, vi fa sentire indipendenti dalla situazione. In questa indipendenza, la vedete totalmente, l’assimilante. Se ci si perde nella situazione, la chiarezza scompare. Non se ne vede che l’aspetto esteriore. Quando avevate quindici anni e la vostra amichetta vi ha lasciato, fu un dramma, perché eravate totalmente identificato con la situazione. Ora, quando ci ripensate, vedete in modo totalmente diverso quel fatto. Siccome non vi interessa più, non vi emoziona più, vedete veramente quel che è successo. Lo vedete solo ora perché non c’è più un legame affettivo. Finché c’è un dinamismo personale, non si vede la totalità di un avvenimento. E’ il sentimento di libertà che viene dal presentimento del silenzio, che, solo, porta al chiarezza nell’azione.

E’ come un chirurgo che opera: non può nello stesso tempo soffrire e operare. E’ la sua libertà di fronte al destino del paziente – vita o morte – che gli permette di assolvere al suo compito correttamene; se non siete libero da una situazione, non potete agire correttamente.

D: Nelle nostre società moderne, ci sono molte pressioni, leggi, convenzioni. Come un giovane potrebbe sapere cosa deve fare?

E.B: Esatto; può essere difficile trovare la propria identità in una società il cui scopo è avere di più, diventare di più. E’ normale che, per qualche momento, si creda che una donna, dei figli, la salute e una grossa automobile ci daranno la sicurezza o la gioia.

D: In India ci sono le caste ed è ciò che decide; non ha niente a che fare con la persona.

E.B: Esattamente. Ci sono famiglie di preti e famiglie di musicisti. C’è una corrente. Non parliamo di reincarnazione, ma, a parte questo, è certo che il cervello e il processo d’apprendimento degenerano molto presto. Più apprendete presto qualcosa, più l’integrate. Quando vedete vostro padre esercitarsi nelle arti marziali o nelle arti della medicina, imparate il ritmo. Ora la vista, la competenza, non sono che il ritmo. Il resto non è che l’espressione. I ballerini, i musicisti devono imparare molto presto. Si apprende per mimetismo.

Quando si apprende per mimetismo, c’è sempre competenza. Quando si fa qualcosa bene, ci si sente felici e, generalmente, si può sopravvivere finanziariamente. Forse avreste preferito qualcosa più alla moda, essere avvocato,per esempio, o prete. Ma se siete mercante di tè, questo può bastare a una vita funzionale.

In una società dove si impara tardi un lavoro, le capacità restano generalmente concettuali. Se siete incapace di fare qualcosa di creativo, diventare agente immobiliare, terapeuta, uomo politico o guru.

D: Non siamo in India, ma in occidente.

E.B: La difficoltà, nei nostri paesi, se si vuole restare sul piano sociologico, è l’assenza d’esempio dato dalla famiglia. Su un certo piano, nelle nostre società, per molta gente lo scopo del lavoro è di guadagnarsi da vivere e dobbiamo accettare questa forma d’inettitudine. Poca gente ha la fortuna di avere un lavoro che sente. Ma il problema è soprattutto psicologico. In uno spirito libero da pregiudizi, se siete un musicista e dovete lavorare in una officina, restate un musicista nel cuore e lavorate come un operaio: non c’è nessun problema. Praticamente, più siete liberi da una qualunque idea di esser qualcosa, più sarà facile adattarsi ad una situazione particolare.

Non domandate al vostro lavoro di essere gradevole. Lo vedete in modo funzionale. In quel momento, vi rilassate. E poiché vi rilassate, la complessità, la bellezza, la giustificazione del vostro lavoro – che fino a questo momento trovavate mediocre e non interessante per pregiudizio – si presenta. A quel punto, potete sopravvivere felicemente in qualsiasi attività. Il vostro corpo potrebbe preferire coricarsi più presto, lavorare meno, ma non è un problema. Così come il vostro corpo può sentirsi più in accordo con certi cibi più che con altri, se non c’è che del cadavere da mangiare, non ci sarà problema psicologico, forse solo una costipazione. Il conflitto viene solo da un punto di vista patologico. Possono esserci conflitti funzionali, ma sono totalmente senza ramificazioni psicologiche: non esistono che nell’istante e non lasciano tracce nella piche. Non potete più sentirvi a disagio in nessun ambiente.

Non dovete sentire psicologicamente il vostro lavoro, né vostra moglie; non dovete sentire nulla. Quando non sentite più niente psicologicamente, voi sentite veramente.

Eric Baret

Non – dualità e vita sociale

(3mè Millenarie n. 54)Traduzione di Luciana Scalabrini